Che ore sono?

E’ sempre l’ora giusta per…

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luglio 19th, 2009 by simona
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Bianco latte. Sto osservando ora il mio avambraccio sinistro, e devo dire che sì, è proprio bianco latte. Siamo già nella seconda metà di luglio e, se si escludono quelle tre ore in spiaggia  nelle quali ho piantonato l’ombrellone schermata da una protezione cinquanta, non ho ancora avuto una vera e propria giornata di mare. Sono quindi di un colorito bianco latte, o quasi bianchiccio. Incomprensibilmente la cosa non mi crea alcuno scompenso. Al contrario, in mezzo a tanti abbronzati, dorati e ambrati trovo il mio bianco latte una tonalità inconsueta, unica nel suo genere. Do persino l’impressione di  andarne  fiera e riesco pure a sfoggiarla con una certa spontaneità.

Righe. Rosse, bianche e blu, per la precisione. Una maglietta a righe rosse, bianche e blu che non ricordavo di avere  è  stata rinvenuta  durante l’ultimo trasloco. Nel ritrovarla giorni fa, mentre tentavo di mettere un po’ d’ordine, ho pensato che righe rosse, bianche e blu  per questa stagione potevo anche concedermele. E’ strana questa cosa delle righe perché, almeno per come era iniziata, quest’estate me la immaginavo più a tinta unita, tipo un rosa tenue o un verde acqua. Per il momento mi  trovo abbastanza a mio agio con righe rosse, bianche e blu, ma non escludo altre opzioni di colore,  o  anche dei  pois al posto delle righe o delle fantasie floreali,  per esempio.

Mezzo cucchiaino di zucchero. Considerato che partivo da un livello pari a quasi due cucchiaini e mezzo, mi sembra un bel traguardo come quantità di zucchero in una tazzina di caffè, che in questo modo ha tutto un altro sapore, come dire, decisamente più di caffè. Non lo definirei nemmeno un caffè amaro, preferibilmente direi che è un caffè semidolce, o tendente al dolciastro.

Si avvertiva, di recente, una lievissima  necessità di leggerezza. Credevo fosse colpa dell’estate. Ma poi, pensandoci meglio, ho capito che  poteva solo essere merito dell’estate. Intanto l’ho trovata in una “non abbronzatura” portata con spigliatezza, in un  vestiario insolitamente a righe e nel tintinnio di cucchiaini dolcificati ma solo a metà. Ne sto comunque cercando dell’altra, che  qua di spazio per un po’ di  leggerezza ne avanza ancora, e anche molto.

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Altra decisione combattutissima

luglio 9th, 2009 by simona
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(Quasi quanto questa qui.)

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Lune

luglio 2nd, 2009 by simona
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Era mia nonna che mi parlava della luna. Nelle sere d’estate  mi metteva seduta sul davanzale della finestra di cucina, allungava l’indice in alto e me la indicava.
“Eccola lassù, la vedi?  Quella lì, proprio quella… è la luna.”
La voce morbida di nonna che mi mostra la luna è uno dei miei primissimi ricordi verbali d’infanzia. A volte per guardarla meglio mi portava direttamente in giardino, ed erano lune silenziose e tranquillizzanti, profumate di magnolia e rosa. E  di basilico, che quello c’è sempre stato, in tutte le case in cui ho abitato.

Anche stasera c’è una luna che sa di basilico, però è un odore misto a terra bagnata. Pioveva da una decina di giorni qua e oggi pare quasi essere una notte di inizio estate, ma l’aria è ancora umida, e  io qui sul terrazzino della mia stanza,  coi gomiti appoggiati alla ringhiera e il naso in su sto provando ad osservare una luna brillare in un cielo scuro scuro e in parte coperto.
Non è esattamente una notte di luna piena. Quella che si riesce a vedere è solo un primo quarto, o forse quasi una luna a metà, dall’aria  incerta, ma solo in apparenza. Troppe volte l’ho vista una luna così, poco visibile, tuttavia bella e perfetta e altezzosa, che sembra sia proprio lei a scrutarti minuziosamente di nascosto dall’alto in basso, e a farti sentire piccola e goffa.
Beh, certo che, con indosso un pigiama con una fantasia di mele azzurre e ai piedi delle ciabattone di spugna, penso sia più che normale sentirsi minimamente goffe.
Comunque, dicevo, c’è una luna stasera che ha in sé qualcosa di spettacolare,  e mi domando se lune così riuscirò a vederle anche altrove e se, sempre altrove, ci saranno un davanzale sul quale appoggiarsi la sera e una piantina di basilico vicino a cui ammirarle. Soprattutto mi chiedo se riuscirò ancora a sorprendermi davanti a spettacoli come questo.
Ma la luna è così bella ora, e non voglio disturbarla con dilemmi esistenziali così rilevanti.

Accosto le persiane ed eccola entrare in camera, quasi di soppiatto.
E’ una luna a striscioline, che va a posarsi sulle pieghe del cuscino, sul comodino e poi fino  alla porta e ancora fin sulle ante dell’armadio, per fermarsi immobile e quieta in un angolo del soffitto.
Mi fermo a fissarla da sotto le lenzuola.
Sorrido, ad occhi chiusi  abbozzo un sorriso.
E’ probabile che una mezza risposta io l’abbia già trovata.

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A grande richiesta

marzo 15th, 2009 by simona
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Un pomeriggio di fine febbraio.

“Tieni Niglio, questo l’ho preso apposta per te.”
“Ah… grazie tesoro… ehm… non dovevi… ma che è?”
“E’ lo scorzosino: la mascotte dei master.”
“Ah… certo… vero… come ho fatto a non capirlo subito…  bell…carin… ehm… simpatica… sì, è una scimmiet… no, un orsacchiot… è un coso… un… un  peluche proprio simpatico.”

Veramente poi ho pensato che nemmeno simpatico era l’aggettivo giusto, forse sarebbe stato più adatto dire buffo. Ma no, neanche buffo. Buffo è qualcosa che comunque ti fa sorridere, e io quando guardo lo scorzosino mi immalinconisco. Non lo so, forse lo si dovrebbe più propriamente definire bizzarro o strambo. Sì, strambo mi sembra l’appellativo migliore per quest’animaletto  dal pelo ispido, come quello dei gatti impauriti, e lo sguardo torvo con cui negli ultimi giorni mi scrutava dal fondo della borsa, nella quale quel pomeriggio l’avevo sotterrato, o diciamo momentaneamente dimenticato.
Poi qualche sera fa, durante una pizzettata tra amici è saltato fuori il discorso marketing campionati europei master indoor atletica leggera 2009. Sì, insomma, si parlicchiava di quest’eventino che ci sarà ad Ancona a fine mese.
Ho avuto una specie di flash e, tutta compiaciuta, faccio: “Aspettate, che forse dovrei averne dietro uno.”  Ho frugato in borsa e ho tirato fuori lo scorzosino, era un po’ acciaccato e malconcio, ma rendeva comunque l’idea di come dovrà presentarsi al pubblico.
Al che, avete presente quella tristissima scena di Fantozzi (il primo film della serie), in cui a Natale i megadirettori naturali si scambiano strenne faraoniche e i bambini degli impiegati vengono invitati a recitare una poesia? Ecco, se non la ricordate è questa qui.
Un fragoroso ahahaaahahahahaaah generale si è levato in tutta la stanza, e credo che a qualcuno sia pure andata la pizza di traverso. Il tutto accompagnato da espressioni come “ma da dove è scappato…  non c’era qualcosa di meglio?!? e quest’affare quant’è che costerebbe? naaahhhh… secondo me non lo comprerà nessuno”. E poi ancora altri ahahahaaahhah

Ora duemila (e ripeto duemila!) esemplari di questo pupazzo giacciono pressati in due scatoloni in qualche angolo buio del palaindoor, tutti quanti con il pelo ispido, lo sguardo torvo e l’aria stramba, che aspettano fiduciosi di essere scelti, comprati e portati nei luoghi più disparati del vecchio continente a nipotini, figli, parenti, amici,  pronti a loro volta a dimenticarli dolosamente in fondo a qualche borsa.
Troppo grande per essere utilizzato come portachiavi e troppo piccolo per essere un vero teddy bear, da questo punto di vista lo scorzosino fa anche un po’ tenerezza. E’ un orsacchiotto che ancora non ha ben capito quale è il suo posto nel mondo. Un po’ come molti di noi. A pensarci bene, a pensarci meglio e in fondo in fondo.

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Ricettina post-natalizia facile e veloce

dicembre 28th, 2008 by simona
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Ingredienti

  • alcune fette di pandoro avanzato da Natale e Santo Stefano dello spessore di circa quattro centimetri (considerate una fetta a persona, anche se le quantità possono facilmente variare in base al livello soggettivo di ingordigia)
  • mascarpone (q.b.)
  • nutella (q.b.)

Preparazione
Prendete le fette di pandoro e adagiatele su una teglia da forno. Con l’aiuto di una spatola o di un coltello da cucina ricoprite la superficie delle fette prima con uno strato di mascarpone e poi con uno di nutella.
Attenzione – passaggio critico: per una corretta riuscita riempite con cura propria tutta la superficie evitando di lasciare zone scoperte.
Infornate in forno preriscaldato a 120° C per 10-15 minuti.

Se necessario, ripetete l’operazione per una, due, tre volte a seconda del grado di sazietà.

Nel caso di superamento della soglia massima consentita (tre fette) è ammesso aggiungere “riprendere dopo anni e anni ad andare in palestra e/o in piscina” alla lista dei buoni propositi per il 2009. Anche se con tutta probabilità rimarrà tra i proponimenti irrealizzati, almeno vi sentirete momentaneamente più leggeri.

Buon Appetito

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Dalle tredici alle ventitré

dicembre 25th, 2008 by simona
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Eviterò qualsiasi forma di capriccio.
Sono le 10.30 e mi sono già vestita di tutto punto. Ho pure messo il lupetto bianco a costine che mi ha regalato ieri notte mia sorella. Sono prontissima.
In fondo oggi è solo un comunissimo giorno di Natale.
Un 25 dicembre qualsiasi.
E se voglio posso farlo andare per il verso giusto.
Sono perfettamente in grado di giostrarmi una giornata così come meglio voglio.
Che poi, proprio a livello pratico, il giorno di Natale inizierebbe all’ora di pranzo, intono all’una, e finirebbe verso le undici di sera.
Dieci ore di giorno di Natale dovrebbero passare più in fretta rispetto ad una intera giornata.
Detto così fa meno paura: dieci ore di giorno di Natale.
Mi piace. Mi dà l’idea di qualcosa di breve. Solo dieci misere ore.
Che sommate a quelle di capodanno, primo gennaio, epifania fanno… ehm… indicativamente quaranta ore.
Ok, intanto penso alla giornata di oggi.
E a qualcosa di positivo.

Un buon Natale a tutti.

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Facebook per Fasi

dicembre 1st, 2008 by simona
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E’ stato a metà agosto che sono caduta nella rete. Il giorno sedici agosto per l’esattezza, di sabato pomeriggio, intorno alle cinque mi sembra. C’era il sole ma non faceva eccessivamente caldo, in sottofondo Rai2 riproponeva un’intervista a qualche olimpionico, e io avevo appena aperto un barattolino Sammontana gusto vaniglia che avevo messo a sciogliere accanto al pc.
Mi sono iscritta per un motivo banale, che un po’ mi vergogno a confessare. In pratica non volevo gettare le basi per un’assidua attività di socializzazione, fine principale di chi entra a far parte di una comunità come quella di Facebook. Io mi sono iscritta soltanto per giocare a Word Challenge, che è appunto una delle applicazioni di Facebook. Si tratta di un giochino a tempo che consiste nel comporre parole con sei lettere a caso, una via di mezzo tra i due classici Scarabeo e Paroliere.
Ma alla fine il mio ingresso nel Faccialibro non si è esaurito con quel passatempo sfizioso nel quale peraltro mi ero incaponita pure troppo. Colta dal dilagare del fenomeno e da un minimo di curiosità, sono rimasta ad osservare, così, tanto per vedere l’effetto che faceva essere parte della tanto discussa ed osannata comunità virtuale.
Dopo tre mesi e mezzo di osservazione, credo che l’attività di un faccialibrista medio, quale sono io e penso molti altri, si possa graduare in alcune fasi che di seguito ho provato a delineare.
A titolo prettamente esemplificativo ho dato all’utente medio di Facebook un nome generico: Tizio.

Fase 1
Lo stadio prenatale, ovvero Ma Tizio, com’è che non sei ancora iscritto a Facebook? Cioè, sei proprio out!

E’ la fase in cui non si ha ancora un account su Facebook, e quindi per la community non si è venuti ad esistenza. E’ il momento decisionale, forse il più importante, perché è proprio l’approccio che il faccialibrista in fase prenatale ha con la rete virtuale a condizionare la sua futura presenza nel Faccialibro.
In sintesi, di solito uno meno è convinto di registrarsi e più, una volta registratosi, si lascerà trascinare dalla corrente. E’ un fenomeno statisticamente appurato. Non sempre è così, ovvio che ci sono anche delle eccezioni, rare ma ci sono.

Fase 2
La scoperta, ovvero Benvenuto su Facebook, caro Tizio!

In questa fase il neofita di Facebook cerca di capirne il funzionamento, vaga con fare interrogativo tra home page, bacheca, profilo ed è incerto su come muoversi. Ad esempio nelle informazioni generali non sa cosa mettere alla voce in cerca di. Se inserire solo “amicizia” o il più minuzioso “amici in rete”. La scelta è ardua, ma dopo attenta analisi, e rimanendo ancora nel dubbio, deciderà di inserire entrambe le opzioni.
Il neonato faccialibrista emette i suoi primi vagiti inviando timide richieste di amicizia. Con un certo imbarazzo gli arrivano e-mail di notifica in cui gli si comunica che è stato taggato, chiedendosi principalmente cosa significhi essere taggato, se è una cosa che fa male, se è contagiosa, se è lecita. Dopo poco tempo, inizia anche lui a ricevere commenti sulla sua bacheca a cui impara a controbattere con fulminei botta e risposta. Nonostante sia un debuttante, si sente già a proprio agio nella community e, più che motivato a rimanervi, apprende in fretta, inizia ad inserire elementi, foto, video, note, ecc. ecc.. Si iscrive a gruppi, fan club e tutto soddisfatto incomincia a dare un tocco personale alla propria pagina.

Fase 3
Il ritrovarsi, ovvero Ma ciao Tizio, anche tu su Facebook!

E’ la fase più romantica, a mio avviso. Quella in cui si incontrano amici di infanzia; compagni di scuola di cui avevi perso le tracce e che stenti a riconoscere; un amichetto dell’asilo con cui una volta hai diviso una crostatina del Mulino Bianco, ora sposato e con prole; una compagna di corso da cui avevi comprato dei preziosissimi appunti sbobinati di diritto comunitario; la cassiera del Punto SMA sottocasa; una ex collega che resistette tre mesi prima di cancellarsi dal registro praticanti; l’idraulico che ieri ti ha revisionato la caldaia; un laureato in legge con 110 e lode, venuto da Cosenza, vicino di banchetto ad uno concorso agenzia delle entrate.
Tutti diventano amici di tutti. Il rischio è che ad esempio lo diventi anche il compagno di scuola Caio che non potevi soffrire e lì, nonostante un passato tra voi burrascoso, emoticon col sorriso si sprecano, ora è tutta acqua passata perché Caio, pensa un po’, è diventato tuo amico su Facebook, e il rancore è cancellato, hai la sua bella foto con faccina sorridente a rimpolpare il numero dei tuoi amici. Perché attenzione: su Facebook vige una consuetudine secondo la quale a contare sembrerebbe proprio essere la mera quantità di amici che si riesce ad accumulare.
Essendo uno strumento per intrecciare reti sociali, regola fondamentale è quindi approvare tutte le richieste di amicizia. Regola che io ho infranto praticamente da subito. Mi domando se posso accettare richieste di amicizia da parte di amici di amici, gente a me totalmente sconosciuta. Io non lo so, ci devo pensare, sono timida, ancora non ti conosco, non è per diffidenza, caro futuro amico, ma non lo so mica se voglio inserirti tra i miei amici. Intanto le richieste di amicizia in attesa di approvazione si stanno accumulando, ed io sto convincendomi di essere una faccialibrista ancora poco addomesticata.

Fase 4
L’aggiornamento continuo del proprio stato, ovvero Tizio oggi ha mangiato un etto e mezzo di spaghetti vongole, calamari e cozze; Tizio saluta e fa ciao ciao con la manina a tutti i faccialibristi; Tizio ha caldo; Tizio ha freddo; Tizio ancora non lo sa se ha caldo o ha freddo però intanto lo scrive, in via preventiva.

E’ il momento in cui una buona cerchia di amici è stata formata e si partecipa in maniera attiva alla comunità virtuale. Forse è anche la fase più stimolante. Ora ci si può abbandonare tranquillamente alla socializzazione più sfrenata. Dai propri aggiornamenti di stato (ai quali anche io non mi sottraggo) derivano commenti, e dai commenti altri commenti e così via. Insomma si chiacchiera, si interagisce, si fa un po’ di baldoria. In sostanza, è un sistema spassoso per passare qualche minuto libero, per ironizzare su qualcosa che ci è capitato. Se si vuole, pure un mezzo per ricevere suggerimenti utili a domande, dare consigli, instaurare discussioni alle volte costruttive, ma anche (e soprattutto) credo un modo per sentirsi meno soli.

Fase 5 (eventuale)
La dipendenza, ovvero Devo immediatamente andare a caricare le foto della serata appena trascorsa e taggarle e poi aggiornare il mio stato che sono tre ore che non sbuco nel Faccialibro e controllare quante richieste di amicizia mi sono pervenute in nottata.

Questo è uno stadio molto avanzato, a cui di solito il faccialibrista medio non approda quasi mai. E Tizio e molti dei suoi amici spesso si fermano tutti insieme alla Fase 4.
E’ la fase dei più esperti, di chi ha raggiunto la soglia dei mille amici. Ne fa parte il c.d. Faccialibrista Avanzato, altrimenti chiamato anche Faccialibrista Compulsivo, a seconda dei punti di vista.
Occorre ottima dimestichezza nelle pubbliche relazioni per arrivare a questo stadio, fare gli auguri di compleanno a tutti ma proprio tutti, sì anche ai famosi amici di amici sopraccitati. Il faccialibrista stadio 5 è il pesce grosso della rete, nella quale sguazza allegramente come se lì ci fosse nato e cresciuto. Bisogna ammettere che nella sua rete riesce a destreggiarsi in maniera impeccabile. Più che essere uno che partecipa attivamente, è proprio uno che crea, per il quale Facebook può diventare uno strumento di lavoro a tutti gli effetti. Un efficace mezzo per dar vita a gruppi, segnalare e far circolare velocemente notizie di eventi, convegni, incontri, e per proporre e far conoscere le sue iniziative.

Quello che ora mi chiedo, è se esiste una ulteriore fase successiva a questa. Io non lo so, sono la persona meno adatta a fornire una risposta appropriata, o forse anche semplicemente una risposta.
Al momento mi viene in mente un mio amico che tempo fa, appena registratosi, scrisse sul proprio stato: esordisce con prudenza. Ho sorriso ritrovandolo lì e quella frase, accanto alla foto del suo faccione, mi ha fatto pensare a quelle targhette magnetiche con l’immagine di San Cristoforo, la fotina dei famigliari, e scritte sul genere “guida con prudenza” o “non correre”, che negli anni settanta venivano attaccate sui cruscotti delle macchine.
Ecco, credo sia proprio questa la giusta intonazione da dare al Faccialibro: esordire, ma non solo, anche proseguire con prudenza!

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L’Ultimo Ottavo

novembre 28th, 2008 by simona
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Ieri pomeriggio mentre ero in attesa dal dentista, accanto a me un bambino, tutto intento ad armeggiare dei pennarelli Carioca, raffigurava su un album Fabriano il suo autoritratto: una faccia tonda tonda e all’interno due mezzelune azzurre (gli occhi sorridenti) e un semicerchio rosa carminio (la bocca spalancata). A lavoro ultimato aveva aggiunto anche una nuvoletta con la scritta aaaaaaaaaaahhhhhhh!!!!!!!!.
Quello scarabocchio sarebbe poi stato incorniciato e appeso insieme a decine di altri scarabocchi in una parete della sala dentistica, di fronte alla poltrona, da contemplare, che so, mentre vengono prese le impronte, ad esempio, che in effetti in quei due minuti in cui si deve stare immobili vicino all’assistente, ci si sente sempre piuttosto in imbarazzo, non si sa mai che fare o dove guardare.

Osservando bene quei disegni, si può notare quello di Nicoletta, anni sette e mezzo, autoritrattasi con un sorriso perfetto ma anche con scettro, corona e fascia da miss, e poi un altro non propriamente un capolavoro di disegno, però con dedica alla bravissimissima dottoressa Alessandra!!!!!! da Fabio.
Eccessiva, nonché precoce, considerazione di sé e spiccate doti comunicativo-relazionali. Son sempre tante e più svariate le persone da cui posso imparare qualcosa in più.

In sostanza l’intento della dottoressa Alessandra, abituata giornalmente ad avere a che fare anche con apparecchietti ortodontici fissi e denti da latte decidui, è all’incirca “premiare i bambini più coraggiosi e che non fanno storie quando devono sedersi sulla sua poltrona, mettendo in bella mostra i loro disegni”. L’ho trovata una genialata. Lo stratagemma, nella sua semplicità, pare funzionare. I piccoli pazienti vedono il tutto come un gioco, sono soddisfatti nel vedere affissa la loro opera d’arte, e spesso danno l’impressione di essere meno riluttanti a far controllare la loro dentatura. Me lo ha rivelato ieri la dottoressa Alessandra mentre scrutava con occhio clinico l’impasto cementificato delle mie impronte.
Al che dopo ha aggiunto: “Ora facciamo anche un’ortopantomografia e poi vediamo se sarà il caso di estrarlo, quest’ultimo dente del giudizio. Non è ancora spuntato, ma sembra stia crescendo per orizzontale, inclinato. In ogni caso basterà fare un’incisione di nemmeno mezzo centimetro, un tagliettino, sì… insomma, andare un po’ a scarnificare la gengiva, e con due massimo tre punti di sutura te la puoi cav… Simo’… Simoooona… su, cos’è quella faccia…”

Avrei voluto autoscattarmi una foto col telefonino da aggiungere ai ritratti appesi davanti a me. Mi avrebbe quantomeno fatto sentire una paziente abbastanza realizzata.

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Istruzioni per Lack e anche per tutto il resto

novembre 21st, 2008 by simona
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Riuscire a mettere insieme qualche pezzo di un qualsiasi articolo Ikea e farne venire fuori qualcosa che dovrebbe avvicinarsi ad un prodotto finito, è capace di generare in me un senso di fierezza che rasenta quasi l’autocompiacimento. Non che io stia tutto il tempo ad assemblare componenti Ikea. Quelle che avevo deciso di battezzare come “rilassanti attività di pseudo-bricolage da svolgere in autunnali domeniche pomeriggio” sono durate il tempo di dieci minuti, iniziate e finite subito con Lack.

Lack è un parallelepipedo di truciolato che si regge alla perfezione su altri quattro piccoli parallelepipedi di truciolato alti quarantacinque centimetri. Minimalista e funzionale quanto basta per appoggiarci qualsiasi cosa capiti sottomano (il pc, il telecomando, i piedi), rimane elegante anche senza suppellettili. Un oggetto leggero ma nel contempo stabile, che si può tranquillamente spostare da una parte all’altra della casa, che dove lo si mette sta, senza fare tante storie. Insomma, un tavolo che pur essendo un tavolo dimostra di essere abbastanza indipendente. Anche un tavolo piuttosto insignificante, bisogna ammetterlo, eppure in apparenza orgoglioso di assolvere la sua funzione di tavolino da salotto. Un misero mobile Ikea stranamente molto facile e intuitivo nel montaggio, e che in effetti era sprovvisto di istruzioni. Avevo pure cercato bene nella scatola, ma oltre a quattro viti e a cinque pezzi di truciolato bianco, di istruzioni non ce n’erano.

Da qualche giorno su Lack si è depositato un sottile strato di polvere e io sto ancora a cercarle, queste istruzioni. Ma sembra che di colpo qualsiasi tipo di istruzione, proprio tutte le istruzioni di cui avrei bisogno ora, si siano incredibilmente dissolte. E’ che forse le istruzioni vogliono solo giocarmi uno dei loro scherzi, confido comunque in una loro apparizione proprio quando meno me lo aspetterò, insieme alle istruzioni di Lack, anche se quelle non mi serviranno poi tanto. Sono certa che, se le istruzioni si sono dileguate in questo periodo ben preciso, è perché vogliono mettermi alla prova, vogliono vedere come me la cavo senza una minima indicazione sul da farsi, verificare se in qualche modo riesco a raccapezzarmi da sola. Si sa mai, magari potrei correre il rischio di giungere alla conclusione che alcune cose riescono a funzionare lo stesso, anche senza di loro.

Penso a Lack, preso una domenica mattina dallo scaffale delle promozioni vicino alle casse, venduto in offerta speciale al prezzo di sette euro e novanta anziché a nove euro e novanta, che come tavolo nato carente di istruzioni sembra ancora reggere. Se ci riesce Lack potrei farcela anch’io. Se non altro, senza istruzioni, spero mi sia almeno concesso sbagliare.

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