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	<title>Che ore sono?</title>
	
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	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 16:47:16 +0000</pubDate>
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		<title>Istruzioni per Lack e anche per tutto il resto</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 16:47:16 +0000</pubDate>
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 Riuscire a mettere insieme qualche pezzo di un qualsiasi articolo Ikea e a farne venire fuori qualcosa che dovrebbe avvicinarsi ad un prodotto finito, è capace di generare in me un senso di fierezza che rasenta quasi l’autocompiacimento. Non che io stia tutto il tempo ad assemblare componenti Ikea. Quelle che avevo deciso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><script type="text/javascript"><!--
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</script></-> <p>Riuscire a mettere insieme qualche pezzo di un qualsiasi articolo Ikea e a farne venire fuori qualcosa che dovrebbe avvicinarsi ad un prodotto finito, è capace di generare in me un senso di fierezza che rasenta quasi l’autocompiacimento. Non che io stia tutto il tempo ad assemblare componenti Ikea. Quelle che avevo deciso di battezzare come “rilassanti attività di pseudo-bricolage da svolgere in autunnali domeniche pomeriggio” sono durate il tempo di dieci minuti,  iniziate e finite subito con <em>Lack</em>.</p>
<p><em>Lack</em> è un parallelepipedo di truciolato che si regge alla perfezione su altri quattro piccoli parallelepipedi di truciolato alti quarantacinque centimetri. Minimalista e funzionale quanto basta per appoggiarci qualsiasi cosa capiti sottomano (il pc, il telecomando, i piedi),  rimane elegante anche senza suppellettili. Un oggetto leggero ma nel contempo stabile, che si può tranquillamente spostare da una parte all’altra della casa, che dove lo si mette sta, senza fare tante storie. Insomma, un tavolo che pur essendo un tavolo  dimostra di essere abbastanza indipendente.  Anche un tavolo piuttosto insignificante, bisogna ammetterlo, eppure in apparenza orgoglioso di assolvere la sua funzione di tavolino da salotto. Un misero mobile Ikea stranamente molto facile e intuitivo nel montaggio, e che  in effetti era sprovvisto di istruzioni. Avevo pure cercato bene nella scatola, ma oltre a quattro viti e a cinque pezzi di truciolato bianco, di istruzioni non ce n’erano.</p>
<p>Da qualche giorno su <em>Lack</em> si è depositato un sottile strato di polvere e io sto ancora a cercarle, queste istruzioni. Ma sembra che di colpo qualsiasi tipo di istruzione, proprio tutte le istruzioni di cui avrei bisogno ora, si siano incredibilmente dissolte. E’ che forse le istruzioni vogliono solo giocarmi uno dei loro scherzi, confido comunque in una loro apparizione proprio quando meno me lo aspetterò, insieme alle istruzioni di <em>Lack</em>, anche se quelle non mi serviranno poi tanto. Sono certa che, se le istruzioni si sono dileguate in questo periodo ben preciso, è perché vogliono mettermi alla prova, vogliono vedere come me la cavo  senza una minima indicazione sul da farsi, verificare se in qualche modo riesco a raccapezzarmi da sola. Si sa mai, magari potrei correre il rischio di giungere alla conclusione che alcune cose riescono a funzionare lo stesso, anche senza di loro.</p>
<p>Penso a <em>Lack</em>, preso una domenica mattina dallo scaffale delle promozioni  vicino alle casse, venduto in offerta speciale al prezzo di sette euro e novanta anziché a nove euro e novanta, che come tavolo nato carente di istruzioni sembra ancora reggere. Se ci riesce <em>Lack</em> potrei farcela anch’io. Se non altro, senza istruzioni, spero mi sia almeno concesso sbagliare.</p>
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		<title>Son decisioni combattute, queste qui.</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 07:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cheoresono.net/wp-content/uploads/2008/11/16-11-08_1401.jpg"><img class="size-medium wp-image-415 alignnone" title="16-11-08_1401" src="http://www.cheoresono.net/wp-content/uploads/2008/11/16-11-08_1401-300x225.jpg" alt="" width="374" height="280" /></a></p>
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		<title>Istantanee</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 00:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Le ore piccole]]></category>

		<category><![CDATA[Or ora]]></category>

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		<description><![CDATA[Se canto sottovoce sembro meno stonata, è appurato.
Lavarsi i denti con un’abbondante dose di dentifricio a base di fluoruro amminico, passare accuratamente il filo interdentale soprattutto tra gli incisivi superiori,  infilarsi in un pigiamone in pile e puntare la sveglia del telefonino.
Andare in cucina a bere un bicchiere d’acqua, nel contempo fare un po’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Se canto sottovoce sembro meno stonata, è appurato.</em></p>
<p>Lavarsi i denti con un’abbondante dose di dentifricio a base di fluoruro amminico, passare accuratamente il filo interdentale soprattutto tra gli incisivi superiori,  infilarsi in un pigiamone in pile e puntare la sveglia del telefonino.<br />
Andare in cucina a bere un bicchiere d’acqua, nel contempo fare un po’ di zapping fino a fermarsi davanti  all’ultimo <a href="http://www.musicsite.it/spot/?cat=dett&amp;idx=1569&amp;StrProd=Istituzionale" target="_blank">spot de La7</a>,  trovandolo semplicemente fantastico.<br />
Spegnere la televisione, fare un giro veloce su facebook e aggiornare il proprio stato scrivendoci “che m’importa del mondo… là là là”.<br />
Andare  a dormire canticchiando distrattamente Rita Pavone.<br />
Interrompere bruscamente il proprio assolo e rimanere per tre lunghi secondi a bocca aperta senza emettere alcun suono.<br />
Riflettere su tutte le possibili conseguenze di un’intossicazione da fluoruro amminico.<br />
Ignorare le suddette conseguenze, fare una smorfia, qualcosa di molto somigliante ad un “umpfh”, e riprendere a canticchiare. Meglio se sottovoce.</p>
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		<title>Il guscio</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 12:34:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sono passata da un pareo azzurro di cotone leggero e con una fantasia di fiori bianchi ad un maglione grigio di Zara 30% lana - 70% acrilico. I litri di tè freddo che quotidianamente bevevo sono stati riversati in tazze  fumanti da sorseggiare prima che diventi tiepido. La temperatura esterna  è scesa da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passata da un pareo azzurro di cotone leggero e con una fantasia di fiori bianchi ad un maglione grigio di Zara 30% lana - 70% acrilico. I litri di tè freddo che quotidianamente bevevo sono stati riversati in tazze  fumanti da sorseggiare prima che diventi tiepido. La temperatura esterna  è scesa da trentadue a diciotto gradi e tra questi quattordici gradi non riesco a ricordare di preciso cos’è successo.<br />
Una sera avevo iniziato a scrivere un post su cosa significava per me un mese come settembre, che è uno di quei periodi in cui si ha sempre la percezione di cominciare qualcosa di nuovo, ma dopo due righe ho smesso e non sono più riuscita a continuarlo.<br />
Mi sono fermata, e una volta ferma ho capito che avevo bisogno di stare ferma ancora un po’ e ancora un po’, e ancora un altro po’…</p>
<p>Stare assenti da un posto nel quale ci si sente a proprio agio è una cosa che di solito non si pianifica, si arriva semplicemente ad un punto in cui lo si ritiene necessario. C’era qualcosa che mi andava stretto, e istintivamente la prima reazione che ho avuto è stata quella di  fuggire. Non una fuga vera e propria, ma più una specie di evasione immaginaria. Avere in mente l’illusione di poter scappare quando volevo, faceva sì che una mezza evasione l’avessi già bell’e fatta.</p>
<p>In un primo momento mi ero imposta di andare a ritrovare me stessa. “Ritrovare se stessi” lo si sente spesso dire e mi sembrava che come giustificazione di fuga potesse anche andare. Poi però non sapevo com’è che funziona tecnicamente questa cosa del ritrovare se stessi. Ho pensato che forse era soltanto un  parlottare tra sé e sé oppure un mettersi davanti allo specchio ed esaminare attentamente cosa c’era che non andava. Ho fatto entrambe le cose e dopo qualche tentativo ho rinunciato. Avevo capito che ritrovare me stessa  non mi interessava così tanto, che anche a riuscirci, una volta ritrovatami poi non avrei avuto alcuna idea di cos’altro si doveva fare.<br />
Invece l’espressione “rimettersi in discussione” mi è sempre piaciuta parecchio. Mi fa pensare ad una sorta di stravolgimento interiore, ad un turbinio di pensieri fluttuanti per aria, da afferrare, catalogare,  e a cui assegnare un titolo e una collocazione. Solo che mi sono subito resa conto che l’impresa era più difficile di quanto avevo previsto. Ogni pensiero ha talmente tante sfumature che non credo lo si possa lasciare immobile in un unico posto. E, anche se a malincuore, mi sono arresa.</p>
<p>A quel punto, presa dallo sconforto, ho fatto una cosa un po’ da codardi, quella più semplice che mi rimaneva da fare, e sono andata a rintanarmi nel <em>guscio</em>.<br />
Credevo che nascondersi in un luogo ovattato e dove si avvertiva una quasi sensazione di sicurezza, potesse essere il rimedio più adatto a me, che volevo soltanto eclissarmi per un po’.<br />
Ma stare nel guscio si  è rivelato scomodo sin dall’inizio. Volevo provare a vedere le cose da una prospettiva diversa, ma pur impegnandomi, oltre quel guscio non si vedeva proprio un bel niente. E anche i sogni, nei quali volevo rifugiarmi, senza stimoli esterni non erano più gli stessi. Non c’era più nessun sogno, dentro al guscio. Completamente scomparsi.<br />
Nella semioscurità di quelle notti senza sogni e rannicchiata nel guscio, mi fermavo spesso ad osservare quello che avevo intorno, ogni volta il tempo scorreva lento ed era come essere sospesi. Non si andava né avanti né indietro. Ci provavo a smuovere qualcosa, ma alla fine ho capito che era proprio quel guscio che mi ero voluta costruire, quel luogo in cui credevo di sentirmi finalmente al sicuro, a tenermi bloccata.</p>
<p>Così, una mattina, senza indugiare più di tanto, ho  rotto il guscio e sono sbucata fuori.</p>
<p>Appena uscita c’erano delle promesse ad aspettarmi, erano proprio lì davanti a me e messe tutte in fila ordinata  che sembravano quasi volermi incoraggiare. Ho provato ad ignorarle, ma hanno smesso di seguirmi solo quando le ho raccolte e fatte diventare mie.<br />
Non lo so se riuscirò a mantenerle  tutte queste promesse. Ora mi sono rialzata, e  intorpidita da quello stare rannicchiata, e con ancora pezzi di guscio addosso,  cammino impacciata e a tratti barcollando. Però ho sempre con me una manciata di pensieri a darmi fiducia, e li tengo stretti in un pugno che apro quando posso. Guardo i miei pensieri, li guardo bene bene  stropicciandomi gli occhi, sorrido di quei sorrisi che a volte sanno arrivare prepotentemente di sorpresa, faccio un respiro profondo, ne faccio un altro, e vado avanti.</p>
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		<title>Il mare a fine agosto</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Sep 2008 23:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[La danza delle ore]]></category>

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		<description><![CDATA[L’odore di crema solare all’estratto di carota ieri si confondeva al sapore di  un’uva  zuccherina e matura. Quando al mare inizio a portarmi l’uva è segno che l’estate è implacabilmente agli sgoccioli.
Però, come si stava bene ieri  al mare…
E’ più silenzioso e pacato, il mare a fine agosto. Quasi un mare timido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’odore di crema solare all’estratto di carota ieri si confondeva al sapore di  un’uva  zuccherina e matura. Quando al mare inizio a portarmi l’uva è segno che l’estate è implacabilmente agli sgoccioli.<br />
Però, come si stava bene ieri  al mare…<br />
E’ più silenzioso e pacato, il mare a fine agosto. Quasi un mare timido che, anche se tira vento, non dà mai quell’idea di essere accigliato.</p>
<p>Per una mezz’oretta intorno alle cinque,  me ne sono stata seduta sul lettino, le braccia intorno alle ginocchia, ad ascoltare il rumore del mare, ieri parecchio agitato, e ogni tanto mi voltavo di scatto per controllare. Temevo che questo mare di fine agosto di punto in bianco scomparisse, di non vederlo più. E invece è stato sempre lì tutto il pomeriggio e fino a sera. E quando me ne sono andata via mi ha assicurato che ci sarà ancora per questa fine estate e per tutte le prossime estati. E allora mi sono sentita più sollevata.  Che il mare ci sarà tutte le volte che voglio è una certezza che sentivo di dover avere ad ogni costo.</p>
<p>Ad un certo punto, saranno state le sei e trenta, si è alzato il vento. Mi sono avvolta alla buona in un pareo azzurro con una fantasia di fiori bianchi e sono rimasta zitta a scrutare l’orizzonte. Mi sono ricordata degli agosti passati, di quando al mare gli facevo puntualmente sempre qualche richiesta. Era un rituale che si ripeteva con regolarità ogni anno, che mi dava sicurezza, anche se sapevo che  non serviva a niente. Ogni volta succedeva  che guardando lontano lontano, alcune cose sembrassero comunque vicine, a portata di mano. Come se stessi lì per afferrarle, che ci riuscissi quasi, ma poi, ecco un’ondata e via, quelle stesse cose finivo sempre col vederle dissolversi, duravano soltanto lo spazio tra un’onda e l’altra. Ma avevo imparato che il mare era fatto così, che ti dà tanto, ma non tutto quello che si vorrebbe avere, e allora mi mettevo il cuore in pace.</p>
<p>Alle mille domande che ieri ho fatto al mare so benissimo che nemmeno lui riuscirà a trovare una risposta. Però in quel momento, mentre ero avvolta dentro al  pareo azzurro con fantasia di fiori bianchi, e immagazzinavo sensazioni e ricordi e un po’ di  sole per quando ci sarà meno sole, ho iniziato a pensare vagamente all’autunno, senza fare programmi di alcun tipo, ho semplicemente immaginato un mese di ottobre qualsiasi, nella sua forma più consueta, e cioè foglie che cadono, giornate più corte e  cieli confusamente nuvolosi.</p>
<p>E io non  lo sapevo che il mare di fine agosto qualche risposta riesce pure a dartela, in un modo tutto suo, ma qualcosa ci prova a fartela capire. Ti fa sembrare le cose più facili. E ieri è stato facile  pensare all’autunno. Mi piace considerarla una risposta  alle domande rimaste  inevase che gli avevo fatto in tutti questi anni. Ho osservato il mare e per la prima volta dopo parecchio tempo non ho avuto paura dell’autunno. Cioè, per la verità un po’ di paura ce l’ho avuta, ma molta di meno rispetto agli anni passati.<br />
Ripensare al mare di fine agosto, come ad uno di quei pensieri lontani che  si prova a sentire vicini, e cercare di non avere paura. Credo sia il modo migliore per dare inizio anche a questa fine estate.</p>
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		<title>Le olimpiadi secondo me</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2008 21:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Avevo una tuta  verde smeraldo con davanti la scritta Los Angeles 1984, il disegno dei cinque cerchi e la stampa  della mascotte di quelle olimpiadi. Era una tuta che  mia madre aveva comprato per fare ginnastica a scuola, che in classe con me, in I B,  avevano in tanti, e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo una tuta  verde smeraldo con davanti la scritta <em>Los Angeles 1984</em>, il disegno dei cinque cerchi e la stampa  della mascotte di quelle olimpiadi. Era una tuta che  mia madre aveva comprato per fare ginnastica a scuola, che in classe con me, in I B,  avevano in tanti, e di cui andavo particolarmente fiera, quasi come una seienne a cui oggi ne viene regalata una delle Winx.<br />
Solo che, a casa e in quegli anni lì, finalità previdenziali imponevano l’acquisto di vestiti di qualche taglia più grande. Andai in giro con tripli risvolti a polsi e caviglie per diverso tempo e per poco quella tuta, che intanto era diventata di un vissuto color verde smeraldo sbiadito, non mi accompagnò fino a <em>Seul 1988</em>.<br />
Dei giochi olimpici  di Seul non ho ricordi nitidi degni di nota. Nel 1988 già non ci andavo più a danza classica e avevo iniziato con la pallavolo. Probabilmente mi sarò soffermata proprio sulla pallavolo, essendo ancora soltanto un gioco abbastanza divertente che si materializzava in tornei domenicali di minivolley in mini campi e in mini squadre da tre.<br />
Le olimpiadi del 1992  capitarono negli stessi giorni in cui ero in uno di quei campi scuola arroccati su qualche montagna dei Sibillini, in posti sperduti dove solitamente non c’era nemmeno la corrente elettrica. La sera ci mettevamo distesi sull’erba a guardare le stelle e Barcellona in quei momenti era lontana nei miei pensieri, molto più di quanto già lo fosse in linea d’aria. Di <em>Barcellona 1992</em> non ricordo praticamente niente.<br />
E’ invece con <em>Atlanta 1996</em> che  ho iniziato a seguire le olimpiadi, specie  la scherma, per un mezzo spirito campanilistico che all’epoca scoprii inaspettatamente di avere.<br />
Quelle di <em>Sydney </em>le ho guardate che mi sembrava di pesare almeno dieci chili di meno, perché in quello stesso settembre del 2000 avevo finalmente un voto in più sul libretto dopo diverso tempo che nessuno ci metteva penna. Avevo passato <a href="http://www.cheoresono.net/blu-perlingieri/17/" target="_blank">Privato</a> proprio in quel periodo, cosa che in effetti  per me valeva quanto un oro in una finale olimpica.<br />
Ad <em>Atene 2004</em> ero a Londra a fare la turista felice e per qualche giorno mi persi alcune gare. Ritornata a casa, chiesi ad Ale cosa avesse fatto, in mia assenza, se era stato meglio o peggio, e di fronte a due occhi sbarrati e ad uno sguardo perso nel vuoto ebbi una sola risposta: “Olimpiadi!”, seguita da un “dai  sbrighiamoci, andiamo, che tra poco inizia la maratona”.<br />
E poi siamo arrivati alle ultime olimpiadi.<br />
E quando due giorni fa ho visto l’arrivo di <a href="http://it.youtube.com/watch?v=PgL4Xye6raE" target="_blank">Alex Schwazer</a> allo stadio di Pechino, io che il mio spirito di sportiva si manifesta essenzialmente nel considerare un vero affare l’acquisto di un paio di Adidas di fine serie a soli quarantasette euro, ho pensato che è proprio quella l’immagine che mi voglio portare dietro di questi giochi olimpici: l’espressione soddisfatta sul volto di un marciatore mista a gioia e sofferenza, e che trasuda parecchia speranza. Direi un’immagine quasi necessaria, in questo periodo di pochi traguardi e di svariate partenze non si sa bene per dove.<br />
Oggi le olimpiadi sono finite e dopo due settimane in cui il tempo è stato insolitamente cadenzato da gare, le giornate sono state scandite da fusi orari sballati in maniera a dir poco surreale, un po’ come se a Pechino ci si potesse stare veramente, e in casa e in auto commentatori e  tg olimpici hanno fatto da sottofondo, si ricomincia e si ritorna ad una quasi normalità.<br />
Si ricomincia qualcosa che non si ha ancora del tutto chiaro cosa sia e come dovrà essere.<br />
A passo di marcia e arrancando qua e là, ma si ricomincia.</p>
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		<title>E comunque mi basterebbe riuscire a vederne solo un paio</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 23:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mi sono appena messa in assetto da notte di San Lorenzo.
Tè freddo e musica nelle orecchie per rimanere sveglia.
Ora srotolo la lista, mi metto comoda sulla sdraio e ai primi avvistamenti inizio a spuntare con la matita ogni singola voce.
L’importante è non smettere mai di crederci a questa storia delle stelle cadenti. Magari non proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono appena messa in assetto da notte di San Lorenzo.<br />
Tè freddo e musica nelle orecchie per rimanere sveglia.<br />
Ora srotolo la lista, mi metto comoda sulla sdraio e ai primi avvistamenti inizio a spuntare con la matita ogni singola voce.<br />
L’importante è non smettere mai di crederci a questa storia delle stelle cadenti. Magari non proprio subito, ma è statisticamente appurato che a volte i desideri si avverano, almeno una minima percentuale, tipo il 2,7 %, ma si avverano.<br />
Il bello della notte di San Lorenzo è che in alternativa, se ci si dovesse stancare di fissare il cielo, si può sempre chiudere gli occhi e incominciare a sognare.<br />
Sognare di avere desideri da esprimere sempre.</p>
<p>Buona notte stellata a tutti.</p>
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		<title>Bottiglie di voda mezze piene</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 21:54:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Io ho capito che questo sarebbe stato un mini-viaggio diverso da tutti gli altri mini-viaggi quando in una stazione di servizio,  appena oltrepassato il confine italiano e dopo che erano circa tre ore che non tracannavo qualcosa di fresco, ho comprato una bottiglia d’acqua dal nome molto ma molto singolare: Voda Voda, ovvero Acqua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io ho capito che questo sarebbe stato un mini-viaggio diverso da tutti gli altri mini-viaggi quando in una stazione di servizio,  appena oltrepassato il confine italiano e dopo che erano circa tre ore che non tracannavo qualcosa di fresco, ho comprato una bottiglia d’acqua dal nome molto ma molto singolare: Voda Voda, ovvero Acqua Acqua. Nome originalissimo per un’acqua, ma mai quanto la bottiglietta che la conteneva. E infatti la mia amica ne ha presa una per  aggiungerla alla sua collezione di Bottiglie D’Acqua Da Tutto Il Mondo.</p>
<p>In realtà  avevo intuito che sarebbe stata una vacanza un po’ più insolita delle altre già qualche ora prima, e cioè nel momento in cui abbiamo iniziato a rimanere incolonnati sotto il sole rovente lungo la Venezia-Trieste, e anche quando in un autogrill ho fatto una fila di venti minuti per andare in bagno.  “Se tutto va bene è già tanto se ce la fate ad arrivare per stasera sul tardi”, ci hanno detto in un’area di servizio. E subito dopo, dalla radio abbiamo appreso che quello che doveva essere un semplice rallentamento era diventata una coda chilometrica, e lì ho pensato che forse era il caso di bere giusto il minimo indispensabile.<br />
Mettiamola così: volevamo capire con esattezza cosa si dovesse effettivamente intendere per giornata da bollino nero  e siamo stati davvero molto bravi in autostrada, dove ci siamo messi proprio d’impegno per capirlo fino in fondo. Quando dicevo che si poteva comunque imparare qualcosa da questa breve vacanza non scherzavo mica: mai partire in macchina, salvo casi eccezionali, in giornate da bollino nero.<br />
Però ora posso dirlo, che in fin dei conti siamo stati fortunati, perché alla fine, dopo aver deviato il percorso, pur allungando il tragitto passando per Udine ma sicuri di non trovare code, siamo giunti a destinazione ad un orario accettabile. E in un’arsura da cinque del pomeriggio e nel delirio generale, un cartello recante la scritta <em>Lubiana 82 Km</em> ci è sembrato essere una specie di miraggio. E’ stato in quel momento che credo di aver pianto silenziosamente lacrime di gioia, e dagli specchietti retrovisori ho avuto l’impressione che anche i miei compagni di viaggio stessero facendo la stessa cosa.</p>
<p>La visita di Lubiana è stata inevitabilmente concentrata in poco tempo, ma è anche vero che  dopo una breve escursione del castello, una passeggiata  sul lungofiume,  e aver assaggiato tutto quello che nei limiti delle possibilità umane si può assaggiare della cucina slovena in una sola cena, poi non è rimasto un granché da fare. Purtroppo problemi logistici non ci hanno permesso di proseguire  per un giretto in Slovenia nei giorni successivi, ma tutto sommato è andata bene anche così.<br />
Sono state due giornate imprevedibilmente insolite, una parentesi spensierata in cui ho riso tanto, e non ricordo più da quanto tempo non ridevo così di gusto, ma parlo proprio di quelle risate da rimanere quasi senza fiato. Giornate in cui anche ricevere sms di auguri nei quali mi si ricordava che ero più vecchia di un anno ha avuto un tono diverso rispetto agli anni passati. Piccoli segni di amicizia in formato letterale di cui, ora so, non si può mai finire di essere stanchi. Anche se ogni anno questi segni arrivano puntualmente  il quattro, il cinque e sì, addirittura il sette di agosto, e anche se provengono proprio da quelle persone che conosco praticamente da decenni.<br />
Due giornate all’insegna della leggerezza,  che per fortuna mi hanno tenuta ben lontana dal fare inutili bilanci e stilare programmi che difficilmente metterò in pratica.<br />
E’ stato esattamente il compleanno che volevo.<br />
E’ stato un bel compleanno.</p>
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		<title>Le chiavi sono vicino al portone, in basso a destra, tra i gerani e le viole del pensiero.</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 22:41:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[La danza delle ore]]></category>

		<category><![CDATA[Or ora]]></category>

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		<description><![CDATA[Di panini ne preparerò quattro. Sì, penso che quattro panini per me siano più che sufficienti, due col  prosciutto cotto e due con lo speck visto che a cena ne sono avanzate alcune fette. Li metterò nella borsa termica Gio’Style, insieme ad una bottiglia da mezzo litro di tè freddo San Benedetto, ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di panini ne preparerò quattro. Sì, penso che quattro panini per me siano più che sufficienti, due col  prosciutto cotto e due con lo speck visto che a cena ne sono avanzate alcune fette. Li metterò nella borsa termica Gio’Style, insieme ad una bottiglia da mezzo litro di tè freddo San Benedetto, ad una Levissima da settantacinque centilitri e ad un paio di pesche noci. Il trolley l’ho quasi finito di preparare. E’ un trolley rigido piccolissimo, preso con la raccolta punti Esso 2007, ma così piccolo che nemmeno per mettere i codici annotati mi può servire. Quando l’ho ritirato alla stazione di servizio ho pensato che mi sarebbe potuto tornare utile solo per un mini-viaggio.<br />
Domani parto.<br />
Una breve vacanza, non nel senso di villeggiatura, ma  proprio un mini-viaggio per l’appunto, uno di quei mini-viaggi che hanno quasi il sapore di una gita tra amici, da cui  credo  si potrà in ogni caso trarre qualcosa, forse molto di più di quanto ora ci si può aspettare. Un mini-viaggio proposto qualche sera fa, all’inizio buttato là per caso, unicamente per il gusto di programmare e avere una meta o una qualsiasi altra cosa da immaginare.<br />
Invece  è andata a finire che domattina alle cinque si parte.<br />
E vorrei che le amicizie in generale o qualsiasi altro rapporto presumibilmente da considerare tale funzionassero sempre  così, con un semplice “dai andiamo, che ti frega” “ok, si va!”.</p>
<p>Quindi domani parto. Sì, questo mi sembra di averlo già detto. Parto e allora qua troverete chiuso, non proprio con le saracinesche abbassate, ma insomma quell’idea lì. Voi potete comunque passare di qui ed entrare tutte le volte che volete. Anche per fare una pausa, che so, riposarvi un attimo, prendere qualcosa di fresco dal frigo, sedervi in terrazza, scambiare qualche parola con le due piantine di basilico che ultimamente, ho notato, hanno le foglie più cadenti del solito e ne avrebbero bisogno, io non lo faccio mai. Credo che le chiavi lo sappiate dove le ho nascoste. Fate quello che vi pare e fatelo come se foste a casa vostra. L’unica cosa che vi chiedo è  se  poteste evitare dopo una certa ora di fare casino… sapete… i vicini… le solite storie che si ripetono puntuali ogni estate. Da maggio hanno già protestato diverse volte, che qua si fanno le ore piccole.</p>
<p>Oppure se proprio non potete passare, ogni  tanto pensatemi.<br />
Basterebbe che mi pensaste  anche solo domenica e non necessariamente per l’intera giornata, ma giusto per qualche istante.<br />
Domenica è l’unico giorno dell’anno in cui una persona a caso se ne esce, in un tono tra il melodrammatico e il gioioso, con frasi come “piccola piccola, ma davi certi calci”,  “ a quest’ora  mi stavano portando in sala parto”, “poi piangevi così forte…”, che sentite da mia madre sono autentiche perle rare, visto che parla sempre pochissimo di quel tre agosto, e i suoi racconti diventano una specie di fatto sensazionale, un gesto singolare che si verifica solo un giorno su trecentosessantacinque, e dopo, per tutto il resto dell’anno il silenzio assoluto. Che poi stavolta è un giorno un po’ più particolare rispetto agli anni passati, ci rimugino da mesi, e infatti ora sono stanca e ho smesso di starci a rimuginare. Ecco, quindi dicevo, domenica se potete, un po’ pensatemi.<br />
Allora domani parto.</p>
<p>Parto felice.</p>
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		<title>Metti una sera d’estate</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 23:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simona</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[La danza delle ore]]></category>

		<category><![CDATA[Le ore piccole]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho preso una bottiglia d’acqua fresca dal frigo e l’ho appoggiata vicino al letto. Domattina sarà già finita. E’ ritornato il caldo. Dopo una settimana di tregua, eccola di nuovo qua quest’afa a cui  sto facendo fatica ad abituarmi, e il ventilatore non è che aiuti poi molto.
Lo spengo e sento immediatamente i grilli.
I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho preso una bottiglia d’acqua fresca dal frigo e l’ho appoggiata vicino al letto. Domattina sarà già finita. E’ ritornato il caldo. Dopo una settimana di tregua, eccola di nuovo qua quest’afa a cui  sto facendo fatica ad abituarmi, e il ventilatore non è che aiuti poi molto.<br />
Lo spengo e sento immediatamente i grilli.<br />
I grilli, cioè, il canto dei grilli, che mi sembra una delle cose più comuni da ascoltare nelle notti d’estate, ma sarà minimo un mese che dormo con la finestra aperta e io mi sono accorta dei grilli soltanto stasera.<br />
Uno dei dirimpettai, invece, se la spassa davanti a Lucignolo. E’ il suo programma preferito del lunedì sera, ormai da svariati lunedì, e ci tiene a farlo sapere a tutti gli abitanti della via.<br />
Ora che ho appena chiuso pure iTunes, il rombare di uno scooter, di un modello non ben identificato, si sente provenire da lungo la statale. Un suono in lontananza, eppure chiaramente  percettibile. Fino a sette anni fa abitavo al primo piano di una casa che costeggiava la statale e la mia camera era proprio a ridosso della strada. Giuro che un’estate avevo imparato a distinguere il rumore di un <em>ciao</em>, rispetto a quello di un <em>sì</em> o di un <em>fifty</em>. In particolare, mi ero specializzata sul rumore di un  <em>sì</em>,  se non ricordo male di colore bianco, quasi sicuramente truccato. Quando sentivo quel <em>sì </em>bianco, mi avvicinavo sempre trepidante alla finestra. Potevano essere anche le tre di notte ma, se per caso ero ancora sveglia,  io mi affacciavo comunque. Però il più delle volte, anzi diciamo tutte le volte,  rimaneva un semplice affacciarsi, limitato soltanto alla vista  di un <em>sì</em> bianco che proseguiva  lungo la statale. E riuscivo solo a provare struggimento, e a quindici anni penso sia più che ammesso, se non  doveroso, provare struggimento per un <em>sì</em> bianco truccato che vedi correre senza sosta lungo la statale.<br />
Nella casa in cui abito ora sento soprattutto i grilli.<br />
I grilli, una televisione accesa  su uno di quei programmi che  durano giusto il tempo di una stagione e in lontananza il rombo di uno scooter, di  un modello non ben identificato, correre lungo la strada, che tuttavia riesco a percepire distintamente.<br />
E  va bene lo stesso.<br />
Forse me ne sono accorta un po’ tardi, ma anche quest’anno sembra sia di nuovo estate.</p>
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