Indossa una giacca verde oliva di velluto a coste sottili. A quel verde ha abbinato un marrone tendente al ruggine, il colore dei pantaloni, anch’essi di velluto e dall’aspetto parecchio vissuto, come testimoniano alcune striature biancastre all’altezza delle ginocchia. Ai piedi, dei mocassini in pelle nera completano la mise, lasciando intravedere dei calzini a rombi gialli e grigi. I rombi, l’unico vezzo in un equipaggiamento di indumenti a metà tra il trasandato e il demodé.
Un’ingombrante sacca di tela grezza ricolma fino all’orlo è appoggiata a terra, proprio accanto ai mocassini neri. È aperta e si può facilmente scorgere il contenuto: pile e pile di vecchi numeri di Topolino, del periodo in cui costavano poche centinaia di lire. Non sono esattamente in buonissimo stato, devono essere già stati letti e riletti molte volte. Sgualciti e impolverati, appaiono tuttavia integri. Dalla cura minuziosa con cui li esamina e li sfoglia, pare ne sia entrato in possesso da poco tempo, dopo una separazione durata anni. Ha l’aria di essere piuttosto entusiasta di quel bottino. Ad ogni pagina un’espressione estasiata si tratteggia su quel faccione roseo, lo sguardo rapito come se avesse ritrovato un vecchio compagno di giochi. Da una busta della spesa, appoggiata al lato del sedile accanto al finestrino, estrae un incarto di stagnola dall’inequivocabile odore di salame, lo scartoccia e inizia a mangiare voracemente la sua rosetta ripiena. La stessa avidità con cui gira le pagine, legge i sommari, si sofferma su pubblicità di modellini Bburago dalle foto scolorite. Briciole di pane si spargono anche sul sedile della sua vicina, ma lui, il muso immerso dentro a quelle storie, non sembra darsene tanta cura. Ormai la sua testa e a Topolinia, anche se la prossima stazione è quella di Nocera-Umbra.
Forse è soltanto un collezionista appassionato di fumetti d’annata, ma a me piace immaginare che abbia fatto ritorno nei luoghi del suo passato, e che proprio lì abbia ritrovato tutti i numeri di quell’appuntamento settimanale dall’edicolante. E ora, sulla seconda classe di un regionale, indifferente al resto del suo mondo, può finalmente abbandonarsi a quei ricordi di carta. Ecco, secondo me è così che deve essere andata.

Dopo la terza rosetta (che le rosette sono un sacco buone, ma si sa che fanno pure tante briciole) mi scosto con aria un po’ seccata le molliche di pane di dosso e solo a quel punto si accorge della mia presenza. Alza la testa da quelle pagine, interrompendo il pranzo e la sua sessione intensiva di lettura. Come caduto dalle nuvole, tutto stralunato mi guarda avvicinando il ponte degli occhiali al naso, e mi rivolge un sorriso candido e buono e senza proferire parola. Bloccata da quel gesto innocente gli restituisco un mezzo sorriso, non riesco a dire niente e mi ritrovo a sbirciare in silenzio tra quelle vignette.
Alla fine penso che i ricordi, anche quelli stropicciati, anche quelli più semplici e scoloriti e impolverati, abbiano diritto alla giusta attenzione. Soprattutto quando riescono a regalarti un sorriso.

rosetta