Nell’aula risuona un domandone. “Dunque, ragazzi, allora, chi mi sa dire quale è la differenza tra la proposta irrevocabile e il patto di opzione?”

Tre secondi di silenzio, finché un temerario della prima fila, microfono alla mano, prova a fornire una risposta. “Se non sbaglio, nel 1329 l’irrevocabilità deriva da un impegno assunto unilateralmente dal proponente, mentre nel 1331 deriva da un contratto, e quindi da un accordo tra le parti”. Il temerario indovina la risposta. Il professore, soddisfatto, si persuade del fatto che c’è qualcuno che ancora riesce a seguirlo, anche dopo due ore di discussione quasi ininterrotta sulle modalità di formazione del contratto.

Qualche fila più indietro i praticanti meno temerari: quelli che, gazzetta appositamente acquistata, stilano classifiche fantacalcistiche, o quelle che parlottano con la vicina sulle loro recenti attività finesettimanali.

“E la differenza tra il preliminare e l’opzione?”
Alzata di mano del temerario e relativa risposta esatta.
Qualcuno si lascia scappare uno sbadiglio.

La pausa, finalmente.

Davanti a me una collega praticante senior ripone il manuale sull’ordinamento e la deontologia forense, che stava sottolineando, nella sua Louis Vuitton tarocca.
Io guardo il programma delle lezioni da qui fino a luglio, alcune sono interessanti, altre beh… un po’ meno. Penso comunque che, per qualche lunedì, rimettermi i panni della scolaretta forense non potrà poi nuocermi così tanto.
Soprattutto quando l’alternativa dovrebbe essere quella di andare a fare file in cancelleria.
Il lunedì mattina poi i cancellieri sono particolarmente irritabili. Ho avuto modo di appurarlo nelle ultime settimane.

Stamattina, invece, ho appurato che il pretesto della scuola forense per non andare in studio e/o in tribunale è comune a molti praticanti senior.
Questo significa che non sono sola e la cosa, francamente, mi tranquillizza molto.