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Sono passata da un pareo azzurro di cotone leggero e con una fantasia di fiori bianchi ad un maglione grigio di Zara 30% lana – 70% acrilico. I litri di tè freddo che quotidianamente bevevo sono stati riversati in tazze fumanti da sorseggiare prima che diventi tiepido. La temperatura esterna è scesa da trentadue a diciotto gradi e tra questi quattordici gradi non riesco a ricordare di preciso cos’è successo.
Una sera avevo iniziato a scrivere un post su cosa significava per me un mese come settembre, che è uno di quei periodi in cui si ha sempre la percezione di cominciare qualcosa di nuovo, ma dopo due righe ho smesso e non sono più riuscita a continuarlo.
Mi sono fermata, e una volta ferma ho capito che avevo bisogno di stare ferma ancora un po’ e ancora un po’, e ancora un altro po’…
Stare assenti da un posto nel quale ci si sente a proprio agio è una cosa che di solito non si pianifica, si arriva semplicemente ad un punto in cui lo si ritiene necessario. C’era qualcosa che mi andava stretto, e istintivamente la prima reazione che ho avuto è stata quella di fuggire. Non una fuga vera e propria, ma più una specie di evasione immaginaria. Avere in mente l’illusione di poter scappare quando volevo, faceva sì che una mezza evasione l’avessi già bell’e fatta.
In un primo momento mi ero imposta di andare a ritrovare me stessa. “Ritrovare se stessi” lo si sente spesso dire e mi sembrava che come giustificazione di fuga potesse anche andare. Poi però non sapevo com’è che funziona tecnicamente questa cosa del ritrovare se stessi. Ho pensato che forse era soltanto un parlottare tra sé e sé oppure un mettersi davanti allo specchio ed esaminare attentamente cosa c’era che non andava. Ho fatto entrambe le cose e dopo qualche tentativo ho rinunciato. Avevo capito che ritrovare me stessa non mi interessava così tanto, che anche a riuscirci, una volta ritrovatami poi non avrei avuto alcuna idea di cos’altro si doveva fare.
Invece l’espressione “rimettersi in discussione” mi è sempre piaciuta parecchio. Mi fa pensare ad una sorta di stravolgimento interiore, ad un turbinio di pensieri fluttuanti per aria, da afferrare, catalogare, e a cui assegnare un titolo e una collocazione. Solo che mi sono subito resa conto che l’impresa era più difficile di quanto avevo previsto. Ogni pensiero ha talmente tante sfumature che non credo lo si possa lasciare immobile in un unico posto. E, anche se a malincuore, mi sono arresa.
A quel punto, presa dallo sconforto, ho fatto una cosa un po’ da codardi, quella più semplice che mi rimaneva da fare, e sono andata a rintanarmi nel guscio.
Credevo che nascondersi in un luogo ovattato e dove si avvertiva una quasi sensazione di sicurezza, potesse essere il rimedio più adatto a me, che volevo soltanto eclissarmi per un po’.
Ma stare nel guscio si è rivelato scomodo sin dall’inizio. Volevo provare a vedere le cose da una prospettiva diversa, ma pur impegnandomi, oltre quel guscio non si vedeva proprio un bel niente. E anche i sogni, nei quali volevo rifugiarmi, senza stimoli esterni non erano più gli stessi. Non c’era più nessun sogno, dentro al guscio. Completamente scomparsi.
Nella semioscurità di quelle notti senza sogni e rannicchiata nel guscio, mi fermavo spesso ad osservare quello che avevo intorno, ogni volta il tempo scorreva lento ed era come essere sospesi. Non si andava né avanti né indietro. Ci provavo a smuovere qualcosa, ma alla fine ho capito che era proprio quel guscio che mi ero voluta costruire, quel luogo in cui credevo di sentirmi finalmente al sicuro, a tenermi bloccata.
Così, una mattina, senza indugiare più di tanto, ho rotto il guscio e sono sbucata fuori.
Appena uscita c’erano delle promesse ad aspettarmi, erano proprio lì davanti a me e messe tutte in fila ordinata che sembravano quasi volermi incoraggiare. Ho provato ad ignorarle, ma hanno smesso di seguirmi solo quando le ho raccolte e fatte diventare mie.
Non lo so se riuscirò a mantenerle tutte queste promesse. Ora mi sono rialzata, e intorpidita da quello stare rannicchiata, e con ancora pezzi di guscio addosso, cammino impacciata e a tratti barcollando. Però ho sempre con me una manciata di pensieri a darmi fiducia, e li tengo stretti in un pugno che apro quando posso. Guardo i miei pensieri, li guardo bene bene stropicciandomi gli occhi, sorrido di quei sorrisi che a volte sanno arrivare prepotentemente di sorpresa, faccio un respiro profondo, ne faccio un altro, e vado avanti.
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