Che ore sono?

E’ sempre l’ora giusta per…

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Istantanee

novembre 14th, 2008 by simona
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Se canto sottovoce sembro meno stonata, è appurato.

Lavarsi i denti con un’abbondante dose di dentifricio a base di fluoruro amminico, passare accuratamente il filo interdentale soprattutto tra gli incisivi superiori, infilarsi in un pigiamone in pile e puntare la sveglia del telefonino.
Andare in cucina a bere un bicchiere d’acqua, nel contempo fare un po’ di zapping fino a fermarsi davanti all’ultimo spot de La7, trovandolo semplicemente fantastico.
Spegnere la televisione, fare un giro veloce su facebook e aggiornare il proprio stato scrivendoci “che m’importa del mondo… là là là”.
Andare a dormire canticchiando distrattamente Rita Pavone.
Interrompere bruscamente il proprio assolo e rimanere per tre lunghi secondi a bocca aperta senza emettere alcun suono.
Riflettere su tutte le possibili conseguenze di un’intossicazione da fluoruro amminico.
Ignorare le suddette conseguenze, fare una smorfia, qualcosa di molto somigliante ad un “umpfh”, e riprendere a canticchiare. Meglio se sottovoce.

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Il guscio

ottobre 18th, 2008 by simona
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Sono passata da un pareo azzurro di cotone leggero e con una fantasia di fiori bianchi ad un maglione grigio di Zara 30% lana – 70% acrilico. I litri di tè freddo che quotidianamente bevevo sono stati riversati in tazze fumanti da sorseggiare prima che diventi tiepido. La temperatura esterna è scesa da trentadue a diciotto gradi e tra questi quattordici gradi non riesco a ricordare di preciso cos’è successo.
Una sera avevo iniziato a scrivere un post su cosa significava per me un mese come settembre, che è uno di quei periodi in cui si ha sempre la percezione di cominciare qualcosa di nuovo, ma dopo due righe ho smesso e non sono più riuscita a continuarlo.
Mi sono fermata, e una volta ferma ho capito che avevo bisogno di stare ferma ancora un po’ e ancora un po’, e ancora un altro po’…

Stare assenti da un posto nel quale ci si sente a proprio agio è una cosa che di solito non si pianifica, si arriva semplicemente ad un punto in cui lo si ritiene necessario. C’era qualcosa che mi andava stretto, e istintivamente la prima reazione che ho avuto è stata quella di fuggire. Non una fuga vera e propria, ma più una specie di evasione immaginaria. Avere in mente l’illusione di poter scappare quando volevo, faceva sì che una mezza evasione l’avessi già bell’e fatta.

In un primo momento mi ero imposta di andare a ritrovare me stessa. “Ritrovare se stessi” lo si sente spesso dire e mi sembrava che come giustificazione di fuga potesse anche andare. Poi però non sapevo com’è che funziona tecnicamente questa cosa del ritrovare se stessi. Ho pensato che forse era soltanto un parlottare tra sé e sé oppure un mettersi davanti allo specchio ed esaminare attentamente cosa c’era che non andava. Ho fatto entrambe le cose e dopo qualche tentativo ho rinunciato. Avevo capito che ritrovare me stessa non mi interessava così tanto, che anche a riuscirci, una volta ritrovatami poi non avrei avuto alcuna idea di cos’altro si doveva fare.
Invece l’espressione “rimettersi in discussione” mi è sempre piaciuta parecchio. Mi fa pensare ad una sorta di stravolgimento interiore, ad un turbinio di pensieri fluttuanti per aria, da afferrare, catalogare, e a cui assegnare un titolo e una collocazione. Solo che mi sono subito resa conto che l’impresa era più difficile di quanto avevo previsto. Ogni pensiero ha talmente tante sfumature che non credo lo si possa lasciare immobile in un unico posto. E, anche se a malincuore, mi sono arresa.

A quel punto, presa dallo sconforto, ho fatto una cosa un po’ da codardi, quella più semplice che mi rimaneva da fare, e sono andata a rintanarmi nel guscio.
Credevo che nascondersi in un luogo ovattato e dove si avvertiva una quasi sensazione di sicurezza, potesse essere il rimedio più adatto a me, che volevo soltanto eclissarmi per un po’.
Ma stare nel guscio si è rivelato scomodo sin dall’inizio. Volevo provare a vedere le cose da una prospettiva diversa, ma pur impegnandomi, oltre quel guscio non si vedeva proprio un bel niente. E anche i sogni, nei quali volevo rifugiarmi, senza stimoli esterni non erano più gli stessi. Non c’era più nessun sogno, dentro al guscio. Completamente scomparsi.
Nella semioscurità di quelle notti senza sogni e rannicchiata nel guscio, mi fermavo spesso ad osservare quello che avevo intorno, ogni volta il tempo scorreva lento ed era come essere sospesi. Non si andava né avanti né indietro. Ci provavo a smuovere qualcosa, ma alla fine ho capito che era proprio quel guscio che mi ero voluta costruire, quel luogo in cui credevo di sentirmi finalmente al sicuro, a tenermi bloccata.

Così, una mattina, senza indugiare più di tanto, ho rotto il guscio e sono sbucata fuori.

Appena uscita c’erano delle promesse ad aspettarmi, erano proprio lì davanti a me e messe tutte in fila ordinata che sembravano quasi volermi incoraggiare. Ho provato ad ignorarle, ma hanno smesso di seguirmi solo quando le ho raccolte e fatte diventare mie.
Non lo so se riuscirò a mantenerle tutte queste promesse. Ora mi sono rialzata, e intorpidita da quello stare rannicchiata, e con ancora pezzi di guscio addosso, cammino impacciata e a tratti barcollando. Però ho sempre con me una manciata di pensieri a darmi fiducia, e li tengo stretti in un pugno che apro quando posso. Guardo i miei pensieri, li guardo bene bene stropicciandomi gli occhi, sorrido di quei sorrisi che a volte sanno arrivare prepotentemente di sorpresa, faccio un respiro profondo, ne faccio un altro, e vado avanti.

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Il mare a fine agosto

settembre 1st, 2008 by simona
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L’odore di crema solare all’estratto di carota ieri si confondeva al sapore di un’uva zuccherina e matura. Quando al mare inizio a portarmi l’uva è segno che l’estate è implacabilmente agli sgoccioli.
Però, come si stava bene ieri al mare…
E’ più silenzioso e pacato, il mare a fine agosto. Quasi un mare timido che, anche se tira vento, non dà mai quell’idea di essere accigliato.

Per una mezz’oretta intorno alle cinque, me ne sono stata seduta sul lettino, le braccia intorno alle ginocchia, ad ascoltare il rumore del mare, ieri parecchio agitato, e ogni tanto mi voltavo di scatto per controllare. Temevo che questo mare di fine agosto di punto in bianco scomparisse, di non vederlo più. E invece è stato sempre lì tutto il pomeriggio e fino a sera. E quando me ne sono andata via mi ha assicurato che ci sarà ancora per questa fine estate e per tutte le prossime estati. E allora mi sono sentita più sollevata. Che il mare ci sarà tutte le volte che voglio è una certezza che sentivo di dover avere ad ogni costo.

Ad un certo punto, saranno state le sei e trenta, si è alzato il vento. Mi sono avvolta alla buona in un pareo azzurro con una fantasia di fiori bianchi e sono rimasta zitta a scrutare l’orizzonte. Mi sono ricordata degli agosti passati, di quando al mare gli facevo puntualmente sempre qualche richiesta. Era un rituale che si ripeteva con regolarità ogni anno, che mi dava sicurezza, anche se sapevo che non serviva a niente. Ogni volta succedeva che guardando lontano lontano, alcune cose sembrassero comunque vicine, a portata di mano. Come se stessi lì per afferrarle, che ci riuscissi quasi, ma poi, ecco un’ondata e via, quelle stesse cose finivo sempre col vederle dissolversi, duravano soltanto lo spazio tra un’onda e l’altra. Ma avevo imparato che il mare era fatto così, che ti dà tanto, ma non tutto quello che si vorrebbe avere, e allora mi mettevo il cuore in pace.

Alle mille domande che ieri ho fatto al mare so benissimo che nemmeno lui riuscirà a trovare una risposta. Però in quel momento, mentre ero avvolta dentro al pareo azzurro con fantasia di fiori bianchi, e immagazzinavo sensazioni e ricordi e un po’ di sole per quando ci sarà meno sole, ho iniziato a pensare vagamente all’autunno, senza fare programmi di alcun tipo, ho semplicemente immaginato un mese di ottobre qualsiasi, nella sua forma più consueta, e cioè foglie che cadono, giornate più corte e cieli confusamente nuvolosi.

E io non lo sapevo che il mare di fine agosto qualche risposta riesce pure a dartela, in un modo tutto suo, ma qualcosa ci prova a fartela capire. Ti fa sembrare le cose più facili. E ieri è stato facile pensare all’autunno. Mi piace considerarla una risposta alle domande rimaste inevase che gli avevo fatto in tutti questi anni. Ho osservato il mare e per la prima volta dopo parecchio tempo non ho avuto paura dell’autunno. Cioè, per la verità un po’ di paura ce l’ho avuta, ma molta di meno rispetto agli anni passati.
Ripensare al mare di fine agosto, come ad uno di quei pensieri lontani che si prova a sentire vicini, e cercare di non avere paura. Credo sia il modo migliore per dare inizio anche a questa fine estate.

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Le olimpiadi secondo me

agosto 24th, 2008 by simona
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Avevo una tuta verde smeraldo con davanti la scritta Los Angeles 1984, il disegno dei cinque cerchi e la stampa della mascotte di quelle olimpiadi. Era una tuta che mia madre aveva comprato per fare ginnastica a scuola, che in classe con me, in I B, avevano in tanti, e di cui andavo particolarmente fiera, quasi come una seienne a cui oggi ne viene regalata una delle Winx.
Solo che, a casa e in quegli anni lì, finalità previdenziali imponevano l’acquisto di vestiti di qualche taglia più grande. Andai in giro con tripli risvolti a polsi e caviglie per diverso tempo e per poco quella tuta, che intanto era diventata di un vissuto color verde smeraldo sbiadito, non mi accompagnò fino a Seul 1988.
Dei giochi olimpici di Seul non ho ricordi nitidi degni di nota. Nel 1988 già non ci andavo più a danza classica e avevo iniziato con la pallavolo. Probabilmente mi sarò soffermata proprio sulla pallavolo, essendo ancora soltanto un gioco abbastanza divertente che si materializzava in tornei domenicali di minivolley in mini campi e in mini squadre da tre.
Le olimpiadi del 1992 capitarono negli stessi giorni in cui ero in uno di quei campi scuola arroccati su qualche montagna dei Sibillini, in posti sperduti dove solitamente non c’era nemmeno la corrente elettrica. La sera ci mettevamo distesi sull’erba a guardare le stelle e Barcellona in quei momenti era lontana nei miei pensieri, molto più di quanto già lo fosse in linea d’aria. Di Barcellona 1992 non ricordo praticamente niente.
E’ invece con Atlanta 1996 che ho iniziato a seguire le olimpiadi, specie la scherma, per un mezzo spirito campanilistico che all’epoca scoprii inaspettatamente di avere.
Quelle di Sydney le ho guardate che mi sembrava di pesare almeno dieci chili di meno, perché in quello stesso settembre del 2000 avevo finalmente un voto in più sul libretto dopo diverso tempo che nessuno ci metteva penna. Avevo passato Privato proprio in quel periodo, cosa che in effetti per me valeva quanto un oro in una finale olimpica.
Ad Atene 2004 ero a Londra a fare la turista felice e per qualche giorno mi persi alcune gare. Ritornata a casa, chiesi ad Ale cosa avesse fatto, in mia assenza, se era stato meglio o peggio, e di fronte a due occhi sbarrati e ad uno sguardo perso nel vuoto ebbi una sola risposta: “Olimpiadi!”, seguita da un “dai sbrighiamoci, andiamo, che tra poco inizia la maratona”.
E poi siamo arrivati alle ultime olimpiadi.
E quando due giorni fa ho visto l’arrivo di Alex Schwazer allo stadio di Pechino, io che il mio spirito di sportiva si manifesta essenzialmente nel considerare un vero affare l’acquisto di un paio di Adidas di fine serie a soli quarantasette euro, ho pensato che è proprio quella l’immagine che mi voglio portare dietro di questi giochi olimpici: l’espressione soddisfatta sul volto di un marciatore mista a gioia e sofferenza, e che trasuda parecchia speranza. Direi un’immagine quasi necessaria, in questo periodo di pochi traguardi e di svariate partenze non si sa bene per dove.
Oggi le olimpiadi sono finite e dopo due settimane in cui il tempo è stato insolitamente cadenzato da gare, le giornate sono state scandite da fusi orari sballati in maniera a dir poco surreale, un po’ come se a Pechino ci si potesse stare veramente, e in casa e in auto commentatori e tg olimpici hanno fatto da sottofondo, si ricomincia e si ritorna ad una quasi normalità.
Si ricomincia qualcosa che non si ha ancora del tutto chiaro cosa sia e come dovrà essere.
A passo di marcia e arrancando qua e là, ma si ricomincia.

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E comunque mi basterebbe riuscire a vederne solo un paio

agosto 10th, 2008 by simona
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Mi sono appena messa in assetto da notte di San Lorenzo.
Tè freddo e musica nelle orecchie per rimanere sveglia.
Ora srotolo la lista, mi metto comoda sulla sdraio e ai primi avvistamenti inizio a spuntare con la matita ogni singola voce.
L’importante è non smettere mai di crederci a questa storia delle stelle cadenti. Magari non proprio subito, ma è statisticamente appurato che a volte i desideri si avverano, almeno una minima percentuale, tipo il 2,7 %, ma si avverano.
Il bello della notte di San Lorenzo è che in alternativa, se ci si dovesse stancare di fissare il cielo, si può sempre chiudere gli occhi e incominciare a sognare.
Sognare di avere desideri da esprimere sempre.

Buona notte stellata a tutti.

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Bottiglie di voda mezze piene

agosto 10th, 2008 by simona
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Io ho capito che questo sarebbe stato un mini-viaggio diverso da tutti gli altri mini-viaggi quando in una stazione di servizio, appena oltrepassato il confine italiano e dopo che erano circa tre ore che non tracannavo qualcosa di fresco, ho comprato una bottiglia d’acqua dal nome molto ma molto singolare: Voda Voda, ovvero Acqua Acqua. Nome originalissimo per un’acqua, ma mai quanto la bottiglietta che la conteneva. E infatti la mia amica ne ha presa una per aggiungerla alla sua collezione di Bottiglie D’Acqua Da Tutto Il Mondo.

In realtà avevo intuito che sarebbe stata una vacanza un po’ più insolita delle altre già qualche ora prima, e cioè nel momento in cui abbiamo iniziato a rimanere incolonnati sotto il sole rovente lungo la Venezia-Trieste, e anche quando in un autogrill ho fatto una fila di venti minuti per andare in bagno. “Se tutto va bene è già tanto se ce la fate ad arrivare per stasera sul tardi”, ci hanno detto in un’area di servizio. E subito dopo, dalla radio abbiamo appreso che quello che doveva essere un semplice rallentamento era diventata una coda chilometrica, e lì ho pensato che forse era il caso di bere giusto il minimo indispensabile.
Mettiamola così: volevamo capire con esattezza cosa si dovesse effettivamente intendere per giornata da bollino nero e siamo stati davvero molto bravi in autostrada, dove ci siamo messi proprio d’impegno per capirlo fino in fondo. Quando dicevo che si poteva comunque imparare qualcosa da questa breve vacanza non scherzavo mica: mai partire in macchina, salvo casi eccezionali, in giornate da bollino nero.
Però ora posso dirlo, che in fin dei conti siamo stati fortunati, perché alla fine, dopo aver deviato il percorso, pur allungando il tragitto passando per Udine ma sicuri di non trovare code, siamo giunti a destinazione ad un orario accettabile. E in un’arsura da cinque del pomeriggio e nel delirio generale, un cartello recante la scritta Lubiana 82 Km ci è sembrato essere una specie di miraggio. E’ stato in quel momento che credo di aver pianto silenziosamente lacrime di gioia, e dagli specchietti retrovisori ho avuto l’impressione che anche i miei compagni di viaggio stessero facendo la stessa cosa.

La visita di Lubiana è stata inevitabilmente concentrata in poco tempo, ma è anche vero che dopo una breve escursione del castello, una passeggiata sul lungofiume, e aver assaggiato tutto quello che nei limiti delle possibilità umane si può assaggiare della cucina slovena in una sola cena, poi non è rimasto un granché da fare. Purtroppo problemi logistici non ci hanno permesso di proseguire per un giretto in Slovenia nei giorni successivi, ma tutto sommato è andata bene anche così.
Sono state due giornate imprevedibilmente insolite, una parentesi spensierata in cui ho riso tanto, e non ricordo più da quanto tempo non ridevo così di gusto, ma parlo proprio di quelle risate da rimanere quasi senza fiato. Giornate in cui anche ricevere sms di auguri nei quali mi si ricordava che ero più vecchia di un anno ha avuto un tono diverso rispetto agli anni passati. Piccoli segni di amicizia in formato letterale di cui, ora so, non si può mai finire di essere stanchi. Anche se ogni anno questi segni arrivano puntualmente il quattro, il cinque e sì, addirittura il sette di agosto, e anche se provengono proprio da quelle persone che conosco praticamente da decenni.
Due giornate all’insegna della leggerezza, che per fortuna mi hanno tenuta ben lontana dal fare inutili bilanci e stilare programmi che difficilmente metterò in pratica.
E’ stato esattamente il compleanno che volevo.
E’ stato un bel compleanno.

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Le chiavi sono vicino al portone, in basso a destra, tra i gerani e le viole del pensiero.

agosto 1st, 2008 by simona
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Di panini ne preparerò quattro. Sì, penso che quattro panini per me siano più che sufficienti, due col prosciutto cotto e due con lo speck visto che a cena ne sono avanzate alcune fette. Li metterò nella borsa termica Gio’Style, insieme ad una bottiglia da mezzo litro di tè freddo San Benedetto, ad una Levissima da settantacinque centilitri e ad un paio di pesche noci. Il trolley l’ho quasi finito di preparare. E’ un trolley rigido piccolissimo, preso con la raccolta punti Esso 2007, ma così piccolo che nemmeno per mettere i codici annotati mi può servire. Quando l’ho ritirato alla stazione di servizio ho pensato che mi sarebbe potuto tornare utile solo per un mini-viaggio.
Domani parto.
Una breve vacanza, non nel senso di villeggiatura, ma proprio un mini-viaggio per l’appunto, uno di quei mini-viaggi che hanno quasi il sapore di una gita tra amici, da cui credo si potrà in ogni caso trarre qualcosa, forse molto di più di quanto ora ci si può aspettare. Un mini-viaggio proposto qualche sera fa, all’inizio buttato là per caso, unicamente per il gusto di programmare e avere una meta o una qualsiasi altra cosa da immaginare.
Invece è andata a finire che domattina alle cinque si parte.
E vorrei che le amicizie in generale o qualsiasi altro rapporto presumibilmente da considerare tale funzionassero sempre così, con un semplice “dai andiamo, che ti frega” “ok, si va!”.

Quindi domani parto. Sì, questo mi sembra di averlo già detto. Parto e allora qua troverete chiuso, non proprio con le saracinesche abbassate, ma insomma quell’idea lì. Voi potete comunque passare di qui ed entrare tutte le volte che volete. Anche per fare una pausa, che so, riposarvi un attimo, prendere qualcosa di fresco dal frigo, sedervi in terrazza, scambiare qualche parola con le due piantine di basilico che ultimamente, ho notato, hanno le foglie più cadenti del solito e ne avrebbero bisogno, io non lo faccio mai. Credo che le chiavi lo sappiate dove le ho nascoste. Fate quello che vi pare e fatelo come se foste a casa vostra. L’unica cosa che vi chiedo è se poteste evitare dopo una certa ora di fare casino… sapete… i vicini… le solite storie che si ripetono puntuali ogni estate. Da maggio hanno già protestato diverse volte, che qua si fanno le ore piccole.

Oppure se proprio non potete passare, ogni tanto pensatemi.
Basterebbe che mi pensaste anche solo domenica e non necessariamente per l’intera giornata, ma giusto per qualche istante.
Domenica è l’unico giorno dell’anno in cui una persona a caso se ne esce, in un tono tra il melodrammatico e il gioioso, con frasi come “piccola piccola, ma davi certi calci”, “ a quest’ora mi stavano portando in sala parto”, “poi piangevi così forte…”, che sentite da mia madre sono autentiche perle rare, visto che parla sempre pochissimo di quel tre agosto, e i suoi racconti diventano una specie di fatto sensazionale, un gesto singolare che si verifica solo un giorno su trecentosessantacinque, e dopo, per tutto il resto dell’anno il silenzio assoluto. Che poi stavolta è un giorno un po’ più particolare rispetto agli anni passati, ci rimugino da mesi, e infatti ora sono stanca e ho smesso di starci a rimuginare. Ecco, quindi dicevo, domenica se potete, un po’ pensatemi.
Allora domani parto.

Parto felice.

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Metti una sera d’estate

luglio 28th, 2008 by simona
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Ho preso una bottiglia d’acqua fresca dal frigo e l’ho appoggiata vicino al letto. Domattina sarà già finita. E’ ritornato il caldo. Dopo una settimana di tregua, eccola di nuovo qua quest’afa a cui sto facendo fatica ad abituarmi, e il ventilatore non è che aiuti poi molto.
Lo spengo e sento immediatamente i grilli.
I grilli, cioè, il canto dei grilli, che mi sembra una delle cose più comuni da ascoltare nelle notti d’estate, ma sarà minimo un mese che dormo con la finestra aperta e io mi sono accorta dei grilli soltanto stasera.
Uno dei dirimpettai, invece, se la spassa davanti a Lucignolo. E’ il suo programma preferito del lunedì sera, ormai da svariati lunedì, e ci tiene a farlo sapere a tutti gli abitanti della via.
Ora che ho appena chiuso pure iTunes, il rombare di uno scooter, di un modello non ben identificato, si sente provenire da lungo la statale. Un suono in lontananza, eppure chiaramente percettibile. Fino a sette anni fa abitavo al primo piano di una casa che costeggiava la statale e la mia camera era proprio a ridosso della strada. Giuro che un’estate avevo imparato a distinguere il rumore di un ciao, rispetto a quello di un o di un fifty. In particolare, mi ero specializzata sul rumore di un , se non ricordo male di colore bianco, quasi sicuramente truccato. Quando sentivo quel bianco, mi avvicinavo sempre trepidante alla finestra. Potevano essere anche le tre di notte ma, se per caso ero ancora sveglia, io mi affacciavo comunque. Però il più delle volte, anzi diciamo tutte le volte, rimaneva un semplice affacciarsi, limitato soltanto alla vista di un bianco che proseguiva lungo la statale. E riuscivo solo a provare struggimento, e a quindici anni penso sia più che ammesso, se non doveroso, provare struggimento per un bianco truccato che vedi correre senza sosta lungo la statale.
Nella casa in cui abito ora sento soprattutto i grilli.
I grilli, una televisione accesa su uno di quei programmi che durano giusto il tempo di una stagione e in lontananza il rombo di uno scooter, di un modello non ben identificato, correre lungo la strada, che tuttavia riesco a percepire distintamente.
E va bene lo stesso.
Forse me ne sono accorta un po’ tardi, ma anche quest’anno sembra sia di nuovo estate.

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Luglio

luglio 24th, 2008 by simona
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Credo che luglio sia il mese ideale per provare a mettere a posto questa specie di scompiglio interiore che mi sono voluta creare da sola. Faccio i conti con me stessa e ho un bel daffare in questi giorni. Con la testa in subbuglio e i pensieri tutti ingarbugliati, continuo imperturbabile a sognare un po’ ad occhi aperti e un po’ ad occhi chiusi. In entrambi i casi rimango sempre con i piedi ben piantati per terra.
Del resto siamo a luglio e non vedo cos’altro dovrei fare.
Luglio è così, un mese nel quale inizi a fare cose per evitare che un giorno finisca col chiederti chissà come sarebbe andata se le avessi fatte. E dopo che le hai fatte, ti senti inaspettatamente leggera leggera, quasi a posto. Luglio è un po’ più speciale degli altri mesi, e non è un caso che sia stato messo lì, proprio dopo giugno e aspettando che arrivi agosto. Va vissuto alla giornata, come ti si presenta davanti, dove tutto e niente può succedere, sospeso tra le righe, e senza particolari aspettative, nel quale è anche concesso fermarsi per più di un attimo, trattenere il respiro, e vedere cosa potrebbe capitare se si volesse provare a rimettere ordine intorno a sé.
Di luglio ogni tanto bisognerebbe ricordarsi anche in autunno inoltrato, quando tre miseri gradi sopra lo zero sembrano volerti raffreddare la mente e il corpo, inizia a fare buio presto, e incominci a temere pure il Natale. Allora, in quei momenti, bisognerebbe ricordarsi che ci potrebbe anche essere un luglio da qualche parte. Magari non sta ad aspettarti in un punto preciso, e tu non riesci nemmeno a vederlo, eppure sai che c’è, e questa è già una gran cosa.
Però luglio a volte può anche essere lievemente malinconico, ma se riesci a capire che quello è uno stato che fa parte del gioco, se riesci a capirlo veramente, allora diventa più facile persino continuare ad elargire sorrisi. Sorridere sempre, perché è così che si fa ed è così che deve essere, o almeno credo.
Io luglio lo vedo come uno di quei venti tenui e appena percettibili, che entrano timidamente da una finestra socchiusa proprio lì dietro a te, e muovono piano piano le tende, nell’esatto istante in cui avresti bisogno di un accenno d’aria fresca. Un vento che sembra quasi sfiorarti la schiena, in silenzio e senza tante pretese.
E penso che in fondo sì, in fondo e innegabilmente, sia proprio questo il buono di luglio.

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Massime comprese tra 28 e 32 gradi

luglio 10th, 2008 by simona
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L’altra sera al telegiornale di una tv locale dicevano che lungo le spiagge dell’Adriatico il lettino ha ormai soppiantato la sedia a sdraio. Lo scoop è stato accompagnato da aneddoti di bagnini nostalgici e da interviste ai bagnanti sul perché preferire il lettino alla sdraio; quali sono i lati positivi del lettino rispetto alla sdraio e quali i negativi; ma lei quante ore passa sul lettino; suo marito ha scelto la sdraio, e perché lei no; ma non crede che, ad esempio per leggere il giornale, la sdraio sia molto più comoda del lettino. Ha fatto seguito il servizio sui saldi, in particolare sull’acquisto del costume. E lì altra notiziona. “L’imperativo è sceglierlo di moda, senza rinunciare agli accessori giusti.”

Io non mi sono ancora presa niente ai saldi, nemmeno che so una magliettina o una gonnellina svolazzante al ginocchio da mettere una sola volta e da dimenticare nell’armadio, insieme a tutte le altre gonne comprate in tempi di saldi e indossate una sola volta. Però forse un paio di sandaletti rossi di vernice me li comprerò. Li ho visti la settimana scorsa e di quel tipo erano rimasti diversi trentasette. Domani ci vado. Spero di trovarli ancora.

Intanto Ilary Blasi mi vuol convincere ad attivare la Summer Card. Se ne va in giro con un fumetto recante la scritta “bla bla bla” e penso che potrebbe anche essere divertente avere ognuno una nuvoletta con scritto qualcosa. Ogni giorno una frase diversa, nella quale condensare il proprio pensiero di quella giornata, senza dover fornire tante spiegazioni. Una frase secca e basta, e andare avanti per tutto il giorno solo con quella.

Hanno già mandato in onda gli unici due film che, pur non avendo mai registrato, conosco praticamente quasi a memoria.
Ero un’adolescente piuttosto timida e prendevo nota di tutto.
In questo momento ricordo alla rinfusa espressioni del tipo:

“E tu per attaccare discorso sei sempre così banale?”

“Perché è una festa? Io vedo tutti che non sono contenti, anche tu hai la faccia triste… Devi imparare a socialize…”

“Pizza fredda e birra calda. Tutto alla rovescia. Come nella vita.”

Non è che mi siano stati poi di così grande aiuto questi film.
Però ci ho sempre fatto sopra dei gran bei sogni.

Bevo quotidianamente almeno un litro e mezzo di tè freddo al limone. Considerando che lo preparo con tre bustine per ogni litro, allora prendo in media quattro tè al giorno, quasi cinque. Sarà per questo che poi la notte faccio fatica ad addormentarmi? Forse dovrei riconsiderare le dosi, o bere semplicemente acqua fresca, oppure provare col tè verde. Ma sarà ugualmente dissetante? No, è che non vado matta per il tè verde, ecco.

Ieri sera l’Oregon Scientific sul comodino segnava 31,3 gradi. Ora 29,3. Eh sì, che si nota la differenza.
Dicono che nei prossimi giorni arriverà una leggera brezza di maestrale.
Ne avrei proprio bisogno.

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