Che ore sono?

E’ sempre l’ora giusta per…

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Beni immateriali di prima necessità

luglio 3rd, 2008 by simona
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Mi guardo intorno, cerco delle vie di fuga e vedo che non ce ne sono da nessuna parte.
Non sono in grado di trovarle.
Tutto il giorno mantengo alta la soglia di attenzione, provo a non abbassare la guardia, ma ancora non riesco a scoprire dove potrebbero nascondersi.
Allora compilo la lista delle cose da portare con me, che mi potrebbero tornare utili nel caso in cui riuscissi a trovare almeno una via di fuga. Si tratta per lo più di beni di prima necessità, cose che vorrei già da ora, prima di mettere in pratica qualsiasi piano di evasione.

Ad esempio vorrei non dovermi perdere sempre in giustificazioni inutili. Vorrei imparare a non accontentarmi, almeno per stavolta. Vorrei dei buoni tappi per le orecchie e all’occorrenza riuscire a portarli con disinvoltura. Vorrei ritornare a fissare la luna con gli stessi occhi incantati di quando la osservavo da bambina. Vorrei provare per almeno tre giorni a settimana a non sentirmi in torto. Vorrei essere lasciata libera di sognare in pace. Vorrei ingenuamente che non esistessero i periodacci. I periodacci, quelli che vanno e vengono, non dovrebbero esserci né per me, né per chi sento vicino e a cui voglio davvero bene. Vorrei trovare il coraggio di fare almeno un paio di cose. Vorrei imparare a dire “ecchissenefrega!” ed essere capace di pronunciarlo senza provare il minimo senso di colpa. Vorrei fregarmene altamente anche dei sensi di colpa. Vorrei capire quando è il caso di lasciarsi scivolare gli eventi addosso e quando no. Vorrei riuscire a fare cose sconsiderate, ma sempre con giudizio.

Ma più di ogni altra cosa vorrei un abbraccio. Un abbraccio stretto stretto, che mi faccia smettere di scrivere liste idiote come queste. Un abbraccio che mi culli un po’ e nel quale addormentarmi senza pensieri. Adesso.

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In un venerdì pomeriggio di inizio estate

giugno 25th, 2008 by simona
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Avrei dovuto assumere un atteggiamento maturo e responsabile, lo so.
Dicevo che sarei stata pronta anche ad una bocciatura, ma a quanto pare no, non ero pronta.
Che poi mi ero immaginata di vedere i risultati direttamente pubblicati on-line, così qualunque sarebbe stato l’esito sarei stata in ogni caso da sola, in camera mia. E l’avrei preferito.
Ma venerdì pomeriggio mi trovavo per caso nelle vicinanze della corte d’appello, i risultati tardavano ad uscire, e io davvero non ho resistito. Ho avuto la malaugurata idea di entrare, capitando nel momento esatto in cui le liste degli ammessi all’orale venivano appese in bacheca.
Il mio nome non c’era. Ho guardato bene, ho scorso tutti i cognomi con la mia iniziale, ho controllato meglio l’intero elenco, ma niente, non era tra quelli.

Ora, voi provate per un attimo ad immaginare quale può essere la reazione di un praticante moderatamente emotivo che attende questi risultati dalla metà di dicembre.

C’era chi piangeva di gioia, chi si abbracciava, chi esultava, chi ripeteva stupefatto “non ci posso credere… non ci posso credere… non ci posso credere”, chi telefonava al mondo intero.

Io ho telefonato ad una mia amica per dirle che l’aveva passato.

E inevitabilmente qualche lacrima l’ho versata. L’ho fatto sommessamente e senza dare spettacolo. E’ stato, diciamo, non tanto un pianto stizzoso, quanto un pianto liberatorio, ecco, mettiamola così, un pianto che con ogni probabilità mi sarei fatta anche se l’avessi passato.

Lo so che in fondo è soltanto uno stramaledettissimo esame e che ci sono cose peggiori dell’essere bocciati ad un esame. Però, questo è un esame particolare. Si aspettano i risultati per almeno sei mesi, e sei mesi sono lunghi da passare. In tutto questo tempo si fanno le più svariate supposizioni, programmi del tipo “se passo lo scritto, allora…”, si prova a continuare la pratica forense riducendola in alcuni casi ad una mera attività di volontariato, si abbandonano determinati progetti proprio in vista di un potenziale periodo più o meno lungo da passare sui libri, ci si chiede se anziché studiare per un orale incerto valga invece la pena prepararsi per questo o quel concorso. A volte ci si sente frustrati e insoddisfatti, altre rassegnati, si alternano periodi di totale disinteresse verso l’esame e la professione, ad altri in cui si è speranzosi di aver passato lo scritto. Altre volte si pensa all’atto, alla prova del terzo giorno, a quella comparsa di risposta, che non si sa se sono state fatte delle imprecisioni, chissà.
Poi arriva la metà di aprile. Si dà un’occhiata al calendario. Ci si rende conto che rispetto alla mole di studio il tempo rimasto è poco, e la cosa più conveniente da fare da lì a giugno è obbligarsi a studiare, fiduciosi che nella lista degli ammessi all’orale ci sia anche il proprio nome. E tutti i pensieri che erano stati fatti fino a quel momento vengono messi definitivamente da parte, come fossero cancellati.

E’ proprio la percezione di aver perso inutilmente parecchio tempo la conseguenza spiacevole di quest’esame.
Ed è una sensazione che fa sentire ancora più amareggiati, rispetto alla bocciatura in sé.

Alla fine di tutto, comunque, venerdì pomeriggio, di ritorno a casa, mentre ero sul treno delle 16.28, lo stesso che prendevo ogni lunedì dopo scuola forense, con la testa appoggiata al finestrino e il sole che batteva in fronte, è accaduto un fatto straordinario.
E’ stato lì, in quei pochi istanti, in un venerdì pomeriggio di inizio estate, che mi è venuta in mente una cosa così manifestamente ovvia, che mi domando come non abbia fatto a pensarci prima.
Presumibilmente perché ero troppo impegnata a scegliere quali manuali usare, se dare la preferenza solo alle edizioni Simone, o se scegliere quelli della Giuffrè, magari per ecclesiastico e internazionale privato.
Dopo tanto tempo che non succedeva, ho avvertito la preponderante necessità di evitare di complicarmi le cose, essendo in realtà già così semplici. E ho preso seriamente in considerazione la prospettiva di farla facile.
Quindi per questo giro ho deciso di farla facile.
Credo che questa bocciatura non sia venuta a caso, che forse dovrei considerarla un punto di partenza per iniziare ragionevolmente a valutare l’opportunità di altre strade.
E’ una banalità assoluta, questa, me ne rendo conto. Ma per il momento è un pensiero che mi fa stare meglio.

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Stanotte va così.

giugno 20th, 2008 by simona
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Niente, non è andata.
Va tutto bene.
E’ solo che ora non mi va tanto di parlarne.

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Forse, domani.

giugno 19th, 2008 by simona
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Domani non potrò essere a casa per l’intera giornata. Da un lato è meglio, così eviterò di stare incollata al sito della corte d’appello a cliccare “ricarica pagina corrente” ogni cinque minuti.
Quindi non so se riuscirò a dare notizie in tempo reale.
E’ che oramai sembra sia questione di ore.
Dopo giorni e giorni, mancano finalmente poche ore.
Sono sei mesi che mi chiedo come sarei stata la sera prima di sapere l’esito di quest’esame qui, sì proprio quello.
Ebbene non sono né agitata, né preoccupata, né ansiosa.
Ok, forse un po’ ansiosa, sì.
Comunque mi sento anche molto sollevata. Al momento, indipendentemente da quale sarà l’esito, mi sento sollevata che quest’attesa forzata sia arrivata ad una sua conclusione.
Ecco, poi domani si vedrà.

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L’aspettativa

giugno 8th, 2008 by simona
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Sta continuando a piovere. Non si tratta dei forti temporali di due settimane fa, ma di una pioggerellina alternata a rari sprazzi di sole, che va avanti dispettosamente da tre giorni.
Tutta quest’acqua sta facendo preoccupare mia nonna. Teme per le sue albicocche. Stamattina sono andata a trovarla. Si è messa a scrutare il cielo e, sfoggiando con la stessa disinvoltura una vestaglia azzurra con dei disegni geometrici blu e l’aria di chi a ottantotto anni la sa lunga in fatto di pioggia e albicocche, alla fine ha deliberato: “No, se va avanti così, quest’anno le albicocche non saranno buone quanto quelle della stagione passata. No… no… quest’anno le albicocche mi sa che saranno cattive”. Poi ne ha presa tra le mani una ancora verde e, corrugando la fronte, ha fatto cenno di no con la testa, come a voler ribadire il suo incontestabile parere.
Ho pensato “ecco un ulteriore motivo per detestare questo tempo”. Perché l’albicocca è il frutto estivo che preferisco, ancora più del melone e della pesca-noce, che quando fa molto caldo a pranzo mi potrei saziare anche solo con qualche albicocca.
Albicocche, a questo punto mi sembra abbastanza evidente quanto abbia fame di albicocche da questa mattina.
Probabilmente quando le albicocche saranno mature si sarà in parte risolta anche tutta questa situazione di aspettativa ed incertezza. Ho telefonato in corte d’appello e dicono “sicuramente non prima del quindici”. Dal quindici o giù di lì mangerò albicocche succose e proverò a dare un senso ad alcune cose. Sto iniziando già da ora. Credo sia un buon segno.

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Perfettamente incostante

giugno 5th, 2008 by simona
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Ora che sono spesso a casa, almeno una volta al giorno mi dedico ad un’attività che, da diverso tempo a questa parte, mi procura una notevole soddisfazione personale: fare un po’ di sana e costruttiva autocritica. E’ un esercizio che di solito compio a metà pomeriggio, dopo aver preso un caffè preparato con una moka da due che verso tutto in un’unica tazzina più grande delle altre, e prima di bofonchiare, alla vista del compendio di tributario, che anche oggi non sì è concluso praticamente niente.
Il risultato di tutta questa autocritica è che “sì, in affetti non sono mai stata tanto indolente e pigra quanto in queste giornate”. E non mi piaccio quando sono così. Non mi piaccio affatto. Nel senso che essere indolente e pigra non corrisponde per niente all’immagine che vorrei avere di me stessa. Ma anche guardandomi allo specchio finisco irrimediabilmente col trovarmi davanti a qualcosa di indolente e pigro. Prendiamo i capelli, ad esempio. Ho questo taglio scalato da tempo immemorabile. Due mesi fa li ho fatti spuntare un po’ più del solito e mi è sembrato di aver fatto un passo da gigante. Un passo da gigante di soli cinque centimetri, per l’esattezza. Quando un giorno mi vedrete postare una foto di me con i capelli almeno ad altezza delle spalle sarà segno che qualcosa è inesorabilmente cambiato.
Da alcune mattine tutta questa indolenza va a scontrarsi con una betoniera in funzione proprio sotto la finestra della mia camera. Puntualmente, tra le sei e trenta e le sette, vengo svegliata dal fragore di questo attrezzo, che dovrebbe servire alla costruzione di una palazzina a pochi metri da casa. Ogni volta, appena sveglia, mi rigiro tra le lenzuola, metto la testa sotto al cuscino e provo a riprendere sonno, ma succede sempre che dopo dieci minuti sia costretta ad alzarmi. Per tutta la giornata i muratori lavorano a pieno ritmo, li vedo prendere misure con quei metri snodati in legno, segnare righe su mattoni con matitoni rossi, trasportare pesanti sacchi di cemento e spostarsi agili da un ponteggio all’altro. Se non fosse per il rumore della betoniera e di qualche esclamazione approssimativamente del seguente tenore “oooh, insomma, quelle lì, da tre centimetri e mezzo le devi fa’!”, direi che sono dei muratori parecchio silenziosi. Non fanno una mossa, stanno chini su quegli assi e fin quando non hanno finito di innalzare il muro che devono innalzare non si schiodano dalle impalcature.
Li osservo e penso che ultimamente sono così incostante in quello che faccio, che da loro avrei solo da imparare.
Incostante, ecco come sono, incostante in ogni cosa che faccio. Però lo sono in una maniera, direi, quasi perfetta, e credo sia la prima volta che rasento la perfezione in qualcosa di cui io sono l’unica responsabile. In tutta questa indolenza e pigrizia, ho raggiunto senza il minimo sforzo, un primato personale di cui potrei anche iniziare a compiacermi. Ho deciso che voglio permettermi il lusso di continuare ad essere smisuratamente incostante ancora per un po’. Solo ancora per un po’.

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Sono qui

maggio 28th, 2008 by simona
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Pare che la connessione ad internet sia stata ripristinata.
Siccome so che con quelli del 187 bisogna insistere io ho insistito. E ho fatto… ehm… svariate telefonate, tutte quelle che si sono rivelate necessarie affinché un utente Telecom possa vedersi aggiudicato il diritto a ricevere una reale assistenza tecnica. Ad ogni modo, ora posso affermare con certezza che i call-centeristi del turno di notte sono molto più disponibili rispetto a quelli che lavorano alle quattro di un giovedì pomeriggio qualsiasi, tanto per fare un esempio.

E’ andata a finire che ieri mi hanno chiamato dall’Ufficio Tecnico avvertendo che entro un paio di giorni mi avrebbero mandato uno dei loro tecnici a casa.
E, nemmeno un’ora dopo, il suddetto tecnico era qui che cercava di risolvere il guasto, dovuto ad un errore 678, maneggiando tra pc, modem e un cavo che ho scoperto ieri chiamarsi cavo ethernet e che “se si può è sempre meglio usare questi per navigare, rispetto ai cavetti usb”, provando anche a spiegare, a me che sono una profana in materia, la differenza tra i due tipi di cavi.

C’è da dire che è stato davvero molto gentile, spero tuttavia non si ripresenti la necessità di doverlo incontrare un’altra volta.
E’ che allo stato attuale sette giorni senza internet mi sono sembrati… forse un po’ tanti. No, mi correggo: allo stato attuale sette giorni senza internet sono stati esageratamente e indiscutibilmente troppi.

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Informazione di servizio

maggio 24th, 2008 by simona
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Sono quattro giorni che non riesco a collegarmi ad internet da casa mia. Non so se riuscite a comprendere la gravità della cosa. Unica eccezione a questo esilio internettiano è l’utilizzo in questo momento della Vodafone internet key che mi ha appena prestato mia sorella.

Quelli del 187 dicono dovrebbe dipendere da un problema di ricezione dati dalla centrale, probabilmente dovuto ai forti temporali che si sono abbattuti in zona negli ultimi giorni. E se prima non ero per niente meteoropatica, ora lo sono a tutti gli effetti. Inoltre dicono che la segnalazione è stata inviata all’Ufficio Tecnico, che l’assistenza tecnica è in corso, che infatti dal terminale si vede che l’Ufficio Tecnico è già stato avvertito, che tempo 48 ore e l’Ufficio Tecnico provvederà a ripristinare la normale connessione. Quest’ultima cosa in particolare me la stanno ripetendo da martedì scorso.

Quando sento parlare di Ufficio Tecnico ho l’impressione di rivivere situazioni già vissute in passato e, visti i precedenti, temo che la faccenda possa andare per le lunghe.

Io mi sa che stavolta passo veramente ad un altro operatore, però.

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Maggio

maggio 17th, 2008 by simona
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Le pagine del simone di procedura civile sono ancora abbastanza candide per poter dire che mi sono messa sotto con lo studio. Sto lì, sottolineo, alcune cose le salto, che tanto negli ultimi tempi le avevo viste fino allo sfinimento, altre mi sembra di andarle a riprendere per la prima volta. In quei momenti ho come un principio di sconforto, però poi penso a che senso abbia intimorirsi per un orale che non si sa se ci sarà o no, e allora ricomincio tutto daccapo, alcune cose le salto, altre mi sembra di vederle per la prima volta, ecc. ecc..
Sono iniziate a girare le voci. Generalmente non mi fido delle voci, ma queste pare che siano abbastanza fondate e che dicano “percentuali molto basse”, e un po’ ci credo.
Il tutto naturalmente contribuisce a far scendere la voglia di studiare a dei livelli storici.

Il resto sembra procedere nella norma. Sembra.

Vado a dormire ad orari impensabili, ma alle otto di mattina sono comunque già sveglia e saltellante come un grillo.
Probabilmente crollerò stasera tra le dieci e le dieci e un quarto.

Sono minimo due settimane che non addento almeno un pezzo di cioccolata. Non lo so il perché di questo fatto straordinario, è che semplicemente non ho voglia di cioccolata. Per esempio ieri ho preso il primo gelato della stagione e anche lì niente cioccolato, né che so kinder o bacio o gianduia. Ho chiesto limone, mela verde, ananas. Il gelataio è sembrato essere un po’ contrariato. Penso che la mia non sia stata una delle migliori richieste di gusti in tutta la sua carriera da gelataio. In effetti come primo gelato della stagione non è stato un granché, ci mancava qualcosa. Credo fosse fior di latte.

Faccio progetti a breve/medio/lungo termine. Per ora mi impegno a realizzare quelli a breve. Quelli lì, alcuni ce la faccio a metterli in pratica, su altri tentenno, ci penso, rimugino, mi dico che prima o poi farò anche quelli, altri rimangono in testa e a volte escono e ritornano dopo un po’, altri diventano progetti a medio, ma già lo so che potrebbero diventare anche a lungo termine.
Adesso sto progettando cosa mettere nel trolley. Intanto ho messo solo il minimo indispensabile: un paio di jeans, il golf blu, qualche maglietta, due libri, il mascara, sei canzoni in più nell’iPod.

Non chiedo tanto a questo fine settimana.
Ci sarebbero una cena di compleanno, un’amica da festeggiare, persone che non vedo da tipo un’eternità e poi non lo so cos’altro ancora.
A me basterebbe solo iniziare a sentire che è maggio. Tutti adorano il mese di maggio e sono fissati con i colori, i profumi, i sapori, i suoni di maggio. Per me maggio è sempre stato un mese come gli altri, e per certi versi non ho dei grandi ricordi di questo mese.
Ecco, per il momento mi accontenterei solo di iniziare a rivalutare questa storia del mese di maggio, se fosse possibile.

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Due anni, otto mesi e tre giorni dopo

maggio 9th, 2008 by simona
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Ed eccomi lì, seduta su quella sedia, la stessa identica sedia, posizionata nello stesso identico punto e nella stessa identica stanza, in cui mi trovavo più di due anni e mezzo fa.
L’unica cosa diversa è che all’epoca nella parete di destra c’era ancora il quadro raffigurante una natura morta: un acquerello con tonalità miste a grigio, nero, marrone, verde scuro, viola. Qualche tempo dopo fu rimosso e appeso nella stanza dei praticanti, cioè nella sala riunioni quando non ci sono riunioni.
Credo spaventasse i clienti.
Mi ricordo che fissavo i codici de Il Sole 24 Ore tutti allineati, ordinati e aggiornati, rossi quelli di penale e verdi quelli di civile, e ho pensato che a casa ne avevo uno di penale de Il Sole 24 Ore pure io, del 2002 però, e che in confronto a quelli era da considerarsi decisamente superato.
E i post-it color arancio. Che a me i post-it arancioni non sono mai piaciuti, e se una volta li ho comprati è stato solo per sbaglio, perché erano nel pacchetto da tre insieme a quelli gialli e verdi. C’è stato un periodo in cui i post-it arancioni mi infastidivano e cercavo di non guardarli. Ora sono del tutto indifferente ai post-it arancioni. Nel senso che non ho niente in contrario al colore arancione per un post-it, però, se posso, non li uso.
E poi mi ricordo che aperto, sopra la scrivania, c’era un fascicolo color verde acqua. Verde acqua, quindi solo recupero crediti. Invece azzurro è per quasi tutto il civile, grigio per il penale, giallo per l’amministrativo. Una categoria a sé è quella dei fascicoli rosa pallido, che sono per le separazioni e i divorzi. Di fascicoli rosa pallido ne ho visti sempre pochi. Non ho mai capito se fosse un bene o un male. Per ogni materia un colore diverso. Io ero appena una matricoletta in quello studio, e non lo sapevo che per esempio un decreto ingiuntivo andava dentro ad un fascicolo color verde acqua.
I colori, non so perché, ma in questo momento mi ricordo i colori di quel primo giorno.

Due anni e mezzo fa…
Due anni, otto mesi e tre giorni per l’esattezza.

Avevo il sorriso ingenuo di chi non ha mai passato almeno un’intera giornata all’interno di uno studio legale in veste di praticante. Smaniosa di sapere e di imparare tutto in fretta e possibilmente subito, ero tanto entusiasta quanto ignara di cosa significasse concretamente “fare la pratica forense”. Poi, tempo un mese, e ho avuto un quadro quasi completo.

Eccomi lì, come allora, indubbiamente un po’ più seria, forse un filino meno ingenua, o semplicemente è che adesso so cosa aspettarmi da chi.

Eccomi lì, con la voce ben impostata mentre osservo il mio interlocutore mettere la valigetta a posto. Lo guardo fisso negli occhi e ho l’aria di essere parecchio convinta di quello che sto facendo. A dire la verità non sembro nemmeno io, quella lì seduta su quella sedia, e ora che ci ripenso mi meraviglio di me stessa. Gli spiego le ragioni della mia decisione, e sono emotivamente preparata a replicare a qualsiasi eccezione avversaria.
In subordine posso comunque usare la mossa “contare fino a dieci per almeno dieci volte di seguito prima di dire una cosa di cui poi mi potrei pentire”.
Non l’ho dovuta usare.

Perché, in effetti, è stato molto più facile di quanto credessi, e si sono sentite anche frasi di circostanza quali “grazie per questi due anni e mezzo di collaborazione” e simili.
Ho pensato al reale significato di “collaboratore di studio” in riferimento ad un praticante avvocato e sono rimasta impassibile.
E’ seguita una chiacchierata su praticantato, esame avvocato, difficoltà dei primi anni di professione, e “se ti serve qualcosa, per esempio i libri, se devi studiare per l’orale, passa pure, ecc. ecc.”.
E per un brevissimo momento, tipo un minuto e ventisei secondi, L’Uomo Con La Valigetta mi è sembrato che non avesse alcuna valigetta.

Poi ci sono stati i saluti di tutti gli altri, frasi dette con voce bassa e abbracci e occhi lucidi.
E non me l’aspettavo, ecco.

Qualcuno ha cercato pure di sdrammatizzare.

“Ma che stai a di’, non è vero che vai via, dai che ci vediamo domani.”
“No, guarda che è vero.”
“Ma noooooo, non è vero.”
“Ti dico che invece è vero… vado via definitivamente.”
“Ma no, tu domani stai qua.”
“Ok, allora adesso facciamo finta che domani torno. Ciao… a domani…”

Il giovedì mattina mi è sembrato un bel giorno per lasciare lo studio. Era da inizio settimana che rimandavo e alla fine ho pensato che sì, il giovedì poteva andare bene.
Di giovedì mattina non si respira l’indolenza del lunedì, nessuno è preso dalla frenesia del “presto che ho tre udienze” del martedì o del mercoledì, e ancora non tira quell’aria smaniosa da fine settimana che ci può essere invece in un venerdì qualsiasi.
E giovedì è stato.

Sono certa di aver fatto la scelta più opportuna e adeguata a questo periodo. Tempo fa ho scritto su un foglio bianco, preso dalla fotocopiatrice, “perché accantonare l’idea di proseguire la pratica forense” e di seguito un elenco di tutti i pro e i contro.
Alla fine i pro sono stati di gran lunga maggiori e molto più influenti dei contro.

Solo che ieri, una volta tornata a casa, quando ho controllato la posta elettronica, c’era la solita circolare infrasettimanale dell’ordine degli avvocati e mi è sembrato di avvertire un impercettibile segnale di cedimento.
Una specie di groppo in gola che è stato lì per tutto il pomeriggio e fino a sera.

Oggi va molto meglio, sia ben chiaro.
E, nonostante tutti i “ma sei davvero sicura?!?”, so di aver fatto la cosa giusta.

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