Che ore sono?

E’ sempre l’ora giusta per…

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Le Parole

maggio 5th, 2008 by simona
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E alla fine arrivano parole che davvero non ti aspettavi.
Parole che per un istante ti fanno rimanere completamente senza parole.
Parole che potrebbero stare sul palmo di una mano per poter essere meglio rimirate, messe in tasca e all’occorrenza tirate fuori per essere nuovamente guardate e riguardate ancora.
Parole di cui in effetti io avevo bisogno.

Il potere delle parole è qualcosa che non si dovrebbe mai sottovalutare.
Valgono molto più di una pacca sulla spalla e sono capaci di generare sorrisi sfacciati che forse nessuno riuscirà a vedere. Ma che penso si possano immaginare.
Ora, nell’aria e in questa stanza, sembra che ci sia una cosa che potrebbe essere banalmente chiamata felicità, e voglio assumermi ogni responsabilità di quello che sto per dire, ma, ecco, credo che se ci fosse un modo per poterla qualificare, beh… allora direi che in questo preciso momento, e nonostante tutto, io mi sento dannatamente felice.

Che poi lo so che ho appena scritto un post delirante. Di quelli che non scrivevo da mesi. E’ comunque un delirare tendenzialmente ottimistico, il che di questi tempi può essere solo una cosa positiva.
Ho però l’impressione che questa non sarà una settimana facile. In studio mi aspettano parole che potrebbero causare qualche tensione, nodi da sciogliere, situazioni che dovrebbero essere definite una volta per tutte.

Proverò a non lasciarmi abbattere.
Lo prometto.

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Il ponte secondo me

aprile 28th, 2008 by simona
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Avere trentotto e mezzo di febbre quasi trentanove ad aprile era una eventualità che non avevo mai preso seriamente in considerazione.
E’ curioso avere la febbre ad aprile, perché te ne puoi stare a ciondolare in terrazza senza preoccuparti minimamente di prendere freddo. Che poi non è un fatto così straordinario, ma tre giorni fa, dopo essere resuscitata dalle coperte, avevo più o meno questa sensazione qui.
La cosa, forse un po’ spiacevole, dell’avere la febbre ad aprile è il prendersela proprio il ventiquattro e sera. Con la conseguenza che un ipotetico programma che era stato fatto per il ponte se ne va completamente in fumo.
Perché, per quanto si possa sperare che una Tachipirina, una sudata e dieci ore di sonno riescano a farla scendere ad un dignitoso trentasette o almeno ad un trentasette e due, in realtà questo però non succede. Cioè, io ci avevo veramente sperato, ma ora ho la certezza che no, non succede.

E passare tre giorni in casa facendo la spola tra letto, bagno, divano, cucina dentro ad un pigiama infeltrito di pile celeste, dormendo davanti alla televisione accesa per poi svegliarsi al suono di call me… don’t be afraid, you can call me… maybe it’s late, but just call me… e il faccione di Gattuso che ti fissa, non è esattamente quello che avevo prospettato per il fine settimana.
Così stamattina, mentre impersonavo alla perfezione la parte di quella che fa finta di stare a scuola forense e invece rimane a casa con un manuale di procedura civile aperto davanti agli occhi e la testa altrove, ho fatto una lunga serie di pensieri megalomani, e tra questi vi era anche il progetto di un prolungamento del ponte fino a… tipo il 5-6 maggio.
Ecco, e non escludo che questo prolungamento possa essere effettivamente attuato.

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Tentativo di furto

aprile 22nd, 2008 by simona
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Lasciare, per una notte intera, la propria macchina parcheggiata alla stazione.
Tornare, il giorno dopo, a riprendere la suddetta macchina.
Andare ad aprire la portiera e constatare che, invece, questa si è appena chiusa.
Pensare “che sbadata che sono… ieri sera, nella fretta e per non perdere il treno, l’avevo lasciata aperta… certo che a volte sono proprio distratta…”.
Entrare e sedersi al posto di guida.
Notare che il volante è stranamente più lontano del solito, e che pure i piedi non arrivano ai pedali come invece dovrebbe essere.
Fare una veloce supposizione.
Provare due secondi di panico.
Facciamo tre/quattro secondi.
Spostare fulmineamente lo sguardo a sinistra e vedere lievi segni di effrazione sullo sportello.
Spostare lo sguardo a destra e controllare se manca qualcosa.
Prendere atto che ovviamente non è stato preso niente (d’altronde a chi mai potrebbe interessare una sciarpa color melanzana, una vecchia copia di Elle ingiallita dal sole, un ombrello rotto, un manuale di procedura civile della Simone e un marchingegno che nel 1993 poteva anche essere considerato una signora autoradio mentre ora è un aggeggio che solo in casi eccezionali si ricorda la sua vera identità?).

Ecco che cosa si intende per “atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto”.

Quando si dice fare pratica sul campo…

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Con la testa tra le nuvole…

aprile 7th, 2008 by simona
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Vorrei provare a sintetizzare in poche parole quello che mi sta succedendo in questo timido inizio di primavera.
Ne userò quattro: Testa Tra Le Nuvole.

Era da un bel po’ di tempo che non mi sentivo così tanto con la testa tra le nuvole, e tutto sommato non è poi una sensazione così spiacevole.

A parte il fatto che dimentico di tutto. Dimentico ricorrenze. Dimentico appuntamenti. Dimentico cose. Ecco appunto dimentico cose, come ad esempio la giacca di velluto nero con la quale giovedì scorso mi aggiravo per il tribunale, e che devo per forza aver lasciato da qualche parte. Solo arrivata in studio mi sono accorta di non averla con me. Il giorno seguente ho provato a chiedere in cancelleria, ho cercato nelle varie aule, ho interrogato il barista del caffè del corso, dove al ritorno mi ero fermata per il solito espresso, ma della mia giacca di velluto nero nemmeno l’ombra. Ad ogni modo non è stata tutta questa grande perdita, visto che il nero non mi dona poi tanto.

Ho la testa tra le nuvole e per il momento non riesco a trovare un rimedio a questo stato.
Provo entusiasmo per piccole scoperte e finisco col sorridere, ritrovandomi ferma ad osservare pensieri che ora sembrano avere anche loro una forma. E per quanto assurda possa sembrare tutta questa situazione, vi posso garantire che, a dirla tutta, si sta proprio bene con la testa tra le nuvole

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Diritto in Famiglia

marzo 25th, 2008 by simona
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Sono aperte le iscrizioni al master di specializzazione in Diritto in Famiglia.

Programma:

I Modulo
Lezioni teoriche alternate ad esercitazioni e discussione di casi reali (es. ricorsi avverso multe per divieto di sosta la cui sanzione ammonta a 36 Euro e dove il ricorrente non solo è palesemente in torto ma anche fermamente intenzionato a far valere quella che è “una questione di principio”; recupero somme di denaro prestate nel 1991; trattative stragiudiziali per sbattere arbitrariamente fuori un inquilino moroso).

II Modulo
Lezioni di Tuttologia
E’ consuetudine diffusa che un avvocato o un praticante (per i famigliari non fa differenza) debba essere in grado di sapere tutto. Sono pertanto previste anche alcune lezioni di scienza infusa.

III Modulo
Stage in Improvvisazione Legale con incluso Esame Finale
Il corso si conclude con uno stage individuale finalizzato a verificare la capacità dell’allievo di compiacere tutto il parentado improvvisandosi penosamente avvocato davanti a quello che resta di un uovo di cioccolato fondente e dopo aver ingurgitato per mera necessità due bicchieri colmi di vino di visciole ed un caffè corretto con sambuca.
Se lo studente dovesse riuscire nell’intento gli verrà rilasciato l’Attestato di Specializzazione in Diritto in Famiglia.

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Tossicologia Forense

marzo 19th, 2008 by simona
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Contro il logorio della vita forense: Coccoina, la colla dall’inconfondibile odore mandorlato.

coccoina

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Donne con le toghe

marzo 18th, 2008 by simona
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Per una carriera forense di sicuro successo non sempre è sufficiente essere dotati di una notevole genialità giuridica.
Spesso, infatti, a prescindere da preparazione universitaria e continui aggiornamenti, si reputa fondamentale possedere una capacità molto particolare.

La capacità di indossare la toga.

Una toga che c’è ma che non si vede.

Una toga che è spesso accompagnata da una Louis Vuitton d’ordinanza, un Moncler o un trench simil-Burberry, a seconda della stagione, un occhiale da sole avvolgente e da un tac tac tac frenetico proveniente da delle scarpe tacco otto.

Scarpe tacco otto dalle quali si ergono le c.d. donne con le toghe.

A differenza di alcune loro colleghe, le donne con le toghe non sono per niente disperate, poiché quello di diventare avvocato è stato da sempre il loro sogno di bambine, infatti alcune sembra che ci siano proprio nate con la toga. Pertanto, le donne con le toghe sono molto contente e soprattutto convinte di fare l’avvocato. O di fare la praticante avvocato, in quanto per essere una donna con la toga non occorre necessariamente aver conseguito l’abilitazione. Anzi, solitamente sono proprio le principianti che, entusiaste per il nuovo ed inesplorato habitat forense, fanno maggiormente sfoggio delle toga che, come ho già detto, c’è ma non si vede.

Perfettamente calate nelle loro toghe e sfacciatamente disinvolte, queste avvocatesse raramente si lasciano intimorire e, al contrario, tirando fuori le loro unghie affilate fresche di french manicure unitamente ad uno sbattito di ciglia, riescono sempre a cavarsela sgomitando e facendosi agilmente largo in mezzo a tutta la concorrenza avvocatizia.
In alternativa alla carriera forense, infatti, avrebbero tranquillamente potuto intraprendere quella di pierraggio, attività nella quale sarebbero risultate altrettanto abili, essendo, le donne con le toghe, dotate di capacità relazionali e persuasive equiparabili solo a quelle di alcune commesse dei negozi del centro.

Senza lasciar trapelare la minima incertezza, le donne togate non si arrovellano mai su cosa dire e, beate loro, hanno sempre la risposta giusta al momento giusto, nella vita forense come in quella privata.
Anzi, a dirla tutta, è soprattutto fuori dal tribunale che ostentano quella toga, che in realtà non indossano, ed è proprio questo che fa di loro delle vere donne con le toghe.

Anche le donne con le toghe, però, qualche difettuccio ce l’hanno.
Nonostante la toga, infatti, a volte potrebbe umanamente capitare pure a loro di sbagliare. Che so, potrebbero distrattamente far scuocere la pasta o accidentalmente mettere in lavatrice bianchi e colorati insieme.
Ebbene in questi casi, anche se con ogni evidenza risulteranno essere dalla parte del torto marcio, difficilmente riconosceranno il loro errore e, a seconda della loro indole da civilista o da penalista, si difenderanno con una dettagliatissima memoria di replica oppure arringheranno senza tregua per ore ed ore.
E in ogni caso spetterebbe comunque a loro l’ultima parola.

Occorre molta pratica e molta buona volontà per diventare una donna con la toga. Ma a volte pratica e buona volontà non bastano, perché la toga deve calzare a pennello, altrimenti con tutta probabilità si può apparire un po’ troppo impacciate e molto poco credibili.
Ad esempio devo confessare che qualche volta provo ad indossarla pure io la toga.
E a fasi alterne la toga me la sento o troppo stretta o esageratamente larga, come se avessi addosso una XXXL, quando invece avrei bisogno di una S, o al massimo di una M.
Eppure bisogna dire che di tempo per cercare la taglia giusta ne ho avuto, eccome.
Ma niente… e con una “lievissima” nota di pessimismo che poco si addice ad una vera donna con la toga, in questo momento posso solo pensare che dovrà ancora passarne di tempo prima che riesca a trovare una taglia adatta a me…

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Praticante in attesa di giudizio

marzo 7th, 2008 by simona
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Il praticante in attesa di giudizio lo si riconosce subito.
Con quell’aria stralunata e trasognata non può che essere lui: il praticante in attesa di giudizio.

Il praticante in attesa di giudizio ha sostenuto l’esame oramai da un po’ di tempo. In realtà sono trascorsi solo quasi tre mesi, ma a lui sembrano un’eternità.
Ed ora è in attesa del giudizio.

Il praticante in attesa di giudizio non potete non notarlo. Se vedete un praticante trascinarsi con indolenza tra studio legale e tribunale, state pur sicuri che si tratta proprio di lui: del praticante in attesa di giudizio.

Oggi in tribunale ne potevate avvistare uno chiamare l’ascensore per salire al terzo piano, torre b, e recarsi in procura a fare richiesta di un 335 c.p.p.. Se avete provato a seguirlo, poi, l’avrete certamente visto al primo piano, nei pressi della cancelleria civile, chiedere copia di un verbale, così come, una mezz’ora dopo, lo avrete visto in fila alle esecuzioni immobiliari e successivamente alla volontaria giurisdizione. Scese le scale e arrivati al piano terra, quello dall’ufficiale giudiziario intento a compilare cartoline e buste verdi era sempre lui, il praticante in attesa di giudizio. Usciti dal tribunale, era lui anche quello che si stava incamminando, sotto una pioggia che sembrava quasi neve, verso la conservatoria, dove sarebbe stato in coda per quasi un’ora.

E se in tutto questo, ogni tanto vi è sembrato che volesse accennare ad un qualche segno di irrequietezza, non stupitevi: si stava solamente interrogando su quale beneficio si possa trarre da questa fase di praticantato post-esame.
Una domanda che ultimamente si pone sempre più di frequente.

Al praticante in attesa di giudizio piace stare con i suoi simili.
Ed è per questo che in tribunale lo si nota confabulare in piccoli branchi da tre/quattro esemplari. Tendete l’orecchio ai loro discorsi e sentirete espressioni quali “cambio dominus” o “mollo tutto”.

Se ne avete la possibilità, quando è in studio, osservatelo attentamente.
Lo troverete, assorto e concentrato, a guardare verso il muro.
Ma non è perché sta vagliando quali capitoli inserire in una prova per testi.
E non è nemmeno perché sta fissando un quadro raffigurante una natura morta.
Provate educatamente a confidarvi con lui e, se riuscirete a trasmettergli un minimo di fiducia, vi rivelerà che sta semplicemente escogitando un ipotetico piano di evasione.

Se vi rimane del tempo utile e siete ancora incuriositi da questa figura forense, accompagnatelo fino a casa.
Qui darà prova di come si possa diventare di colpo una persona assente e taciturna.
Infatti, il praticante in attesa di giudizio evita di affliggersi con chi non è del mestiere, stante l’elevata probabilità di generare noia tra chi gli sta intorno.
Di converso, il praticante in attesa di giudizio, accumula quotidianamente una serie innumerevole di pensieri, uno più contraddittorio dell’altro.
Pensieri che sta provando a riordinare.

Bisogna avere pazienza con il praticante in attesa di giudizio, che ultimamente è stato di umore piuttosto volubile.
Che è stato facilmente irritabile.
E a tratti anche scostante.

Probabilmente il praticante in attesa di giudizio è soltanto un po’ stanco.
Ma non stanco di aspettare il giudizio.

E’ semplicemente stanco di fare il praticante.

E ogni tanto lo sfiora l’idea di dare concreta attuazione al suo ipotetico piano di evasione.

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Lunedì Forense

febbraio 25th, 2008 by simona
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Nell’aula risuona un domandone. “Dunque, ragazzi, allora, chi mi sa dire quale è la differenza tra la proposta irrevocabile e il patto di opzione?”

Tre secondi di silenzio, finché un temerario della prima fila, microfono alla mano, prova a fornire una risposta. “Se non sbaglio, nel 1329 l’irrevocabilità deriva da un impegno assunto unilateralmente dal proponente, mentre nel 1331 deriva da un contratto, e quindi da un accordo tra le parti”. Il temerario indovina la risposta. Il professore, soddisfatto, si persuade del fatto che c’è qualcuno che ancora riesce a seguirlo, anche dopo due ore di discussione quasi ininterrotta sulle modalità di formazione del contratto.

Qualche fila più indietro i praticanti meno temerari: quelli che, gazzetta appositamente acquistata, stilano classifiche fantacalcistiche, o quelle che parlottano con la vicina sulle loro recenti attività finesettimanali.

“E la differenza tra il preliminare e l’opzione?”
Alzata di mano del temerario e relativa risposta esatta.
Qualcuno si lascia scappare uno sbadiglio.

La pausa, finalmente.

Davanti a me una collega praticante senior ripone il manuale sull’ordinamento e la deontologia forense, che stava sottolineando, nella sua Louis Vuitton tarocca.
Io guardo il programma delle lezioni da qui fino a luglio, alcune sono interessanti, altre beh… un po’ meno. Penso comunque che, per qualche lunedì, rimettermi i panni della scolaretta forense non potrà poi nuocermi così tanto.
Soprattutto quando l’alternativa dovrebbe essere quella di andare a fare file in cancelleria.
Il lunedì mattina poi i cancellieri sono particolarmente irritabili. Ho avuto modo di appurarlo nelle ultime settimane.

Stamattina, invece, ho appurato che il pretesto della scuola forense per non andare in studio e/o in tribunale è comune a molti praticanti senior.
Questo significa che non sono sola e la cosa, francamente, mi tranquillizza molto.

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Io Il Dovere non lo sento.

febbraio 18th, 2008 by simona
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Poco fa ho conteggiato che mancano esattamente 32 giorni all’inizio ufficiale della primavera.
E poi ho pensato che quest’anno, più degli altri anni, vorrei solamente aspettarla rimanendo in letargo sotto ad un piumone color giallo canarino.
Poco importa se il giallo canarino non è un colore azzeccatissimo per un piumone. Me l’hanno regalato così e ora me lo tengo.

O, in alternativa al letargo sotto ad un piumone color giallo canarino, anche una vacanza di una settimana, facciamo due, ma anche tre, in qualche spiaggia caraibica non è che mi farebbe poi tanto schifo.

Ma Il Dovere mi chiama.
Anche se io non l’ho ancora sentito.
Eppure, con queste orecchie lunghissime che mi ritrovo dovrei sentirlo, Il Dovere, ma niente, io non ho ancora udito nessun rumore.
Ed è opinione comune che, una volta placata la tosse e trascorso tutto il fine settimana e pure il lunedì a poltrire, ad un certo punto lo si dovrebbe iniziare a sentire, Il Dovere.

Io, Il Dovere, non me lo ricordo con esattezza quale rumore faccia, però so con certezza che ha le sembianze di un’opposizione a decreto ingiuntivo che ho lasciato in sospeso giovedì scorso.

Ecco, e prima di ritornare ad avvilupparmi nel piumone color giallo canarino, volevo solo fare timidamente presente che ora sono le 23.26 e Il Dovere non ha ancora trasmesso alcun segnale.
Solo questo volevo dire.

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