C’era una volta. Anzi, non proprio una volta, c’era qualche mesa fa. Nello specifico, c’era lo scorso giugno una gerbera. Si trovava all’Ikea, al reparto giardinaggio, su uno scaffale in alluminio. Stava lì, cercando di apparire in tutto il suo splendore di piantina giovane e ben curata, i fiori dai petali di un luminoso rosso scarlatto, le foglie lustrate per l’occasione.

Voleva provare ad attirare l’attenzione di tutta quella clientela di passaggio, cosa molto difficile dato che accanto a lei risiedevano rivali ben più agguerrite, che peraltro non dovevano fare niente per apparire belle e fascinose. Tra le orchidee, infatti, era tutto un andirivieni. Ogni giorno qualcuna di loro veniva scelta dal mucchio per venire poi sostituita da altri esemplari di indubbia bellezza.
A forza di passare le giornate su quello scaffale, aveva capito che il posto in cui si trovava in realtà non era un vivaio, ma un luogo in cui la gente andava lì per acquistare mobili e tante altre cosine per la casa, soprattutto il sabato e la domenica. Quel giorno, quel sabato pomeriggio, aveva visto un sacco di persone munite di una grande busta di plastica gialla piena di oggetti, pentole, piatti, lenzuola, cuscini, candele. Tanta gente si fermava al reparto giardinaggio anche solo per osservare, e spesso andava a finire che molti preferivano mettere nelle bustone quelle colleghe tutte rifatte, piantine in plastica etilenica la cui unica funzione era quella di soprammobile da spolverare. Voleva anche lei essere presa e portata via, sentire quella fugace brezza di libertà che agita petali e foglie  che, sapeva, si poteva provare passando sopra il nastro trasportatore nero alla fine del quale la merce veniva poi imbustata. Avrebbe tanto voluto conoscere cosa c’era all’esterno di quel posto, in cui il giorno e la notte erano scanditi soltanto dalla voce di un altoparlante che menzionava l’offerta promozionale del periodo (la panca Stuva scontata del venticinque per cento!) e dalle luci artificiali che di notte si spegnevano, senza però lasciar vedere le stelle. Le stelle, di quelle aveva sentito un gran parlare. Era appena riuscita a scorgerle attraverso le vetrate della serra in cui si trovava quando ancora era solo un piccolo germoglio, prima di essere smistata per entrare in uno di quei grandi magazzini tutti gialli e blu. Era immersa in questi pensieri, quando delle dita esili dalle unghie smaltate di rosa, si erano insinuate tra lo stelo e le foglie, per sfiorarla e poi afferrarla e annusarla.

“Questa, prendiamo questa! Guarda che bella, le margherite, fiori semplici ma al tempo stesso affascinanti!”
“Ma non lo vedi che c’è scritto gerbera?”
“Sì, ma assomiglia ad una margherita.”
“Ma non ti piacciono di più le orchidee, quelle lì?”
“E non te lo ricordi che fine ha fatto l’ultima orchidea che ci è stata regalata? No, prendiamo questa, è più facile da gestire. E poi guarda quant’è carina, sembra proprio una margherita, che in più è colorata.”

È stato per questo che è stata acquistata: per la somiglianza ad una margherita. Per una scelta di ripiego. Se quel giorno ci fossero state delle margherite, allora sicuramente avrebbero avuto la meglio. Ma la fortuna in quel momento aveva girato a favore della gerbera dai petali rosso scarlatto. O almeno, questa era stata l’impressione iniziale.

Fine luglio (dopo circa un mese)
Lo vedete quel condominio laggiù, quello in fondo alla via. Quello è un palazzo con tanti appartamenti e tante piccole finestre. Se guardate bene, al terzo piano, c’è una gerbera sul davanzale di una di quelle finestre. O quello che rimane di una gerbera. Aveva tre fiori, quando è entrata nella sua nuova casa. Ora gliene è rimasto uno, e anche questo ogni giorno che passa perde petali su petali. Non parliamo poi delle foglie, afflosciate su se stesse, le poche ancora attaccate allo stelo.
È evidente che qualcosa non va nella cura di questa pianta la cui gestione all’inizio avrebbe dovuto essere tanto facile. Forse il davanzale non è abbastanza areato, e poi c’è poco sole. Quasi certamente soffre un po’ di solitudine, lei l’unica piantina in quel davanzale di città, tutto il giorno ad osservare il traffico e qualche passante sempre di fretta, nessuno che alzi mai la testa per farle un saluto o la degni di uno sguardo. E le stelle, anche qua, non riesce proprio a vederle. Il terrazzino del piano di sopra copre tutta la visuale, quindi niente cieli stellati in questa nuova sistemazione urbana.

Metà agosto
Eccola ancora lì la nostra gerbera. Di fiori non ce ne sono più e poche foglie sono rimaste. Continua a far da vedetta sul davanzale, nel silenzio della casa. Gli abitanti, la coppia che abita quel bilocale, l’hanno abbondantemente abbeverata prima di partire per qualche giorno di vacanza. E lei è lì, con l’unica compagnia di alcune nuove piantine. Sono delle cactacee. Percepisce una certa ostilità da queste nuove colleghe di davanzale. Forse è solo apparenza, ma non è facile socializzare se il tuo interlocutore indossa vestiti così pieni di aculei che non riesci nemmeno ad avvicinarti a lui.

Fine agosto
Poi un giorno è arrivata la portinaia. L’ha portata un temporale. C’era quest’acquazzone improvviso in un pomeriggio di fine estate e, come da istruzioni degli inquilini che al momento erano fuori, è entrata per chiudere le finestre. E l’ha subito vista, la gerbera, tutta ricurva nella sua desolazione di pianta dalla foglioline penzolanti a mezz’aria. L’ha presa e se l’è portata via, di sotto, in giardino. Con amorevole cura le ha cambiato vaso, mettendola in uno più grande e aggiungendo del terriccio nuovo. L’ha sistemata nel cortiletto condominiale, accanto ad una gioviale banda di erbette aromatiche. Rosmarino, basilico e salvia ora sono i suoi nuovi vicini di vaso.

Settembre inoltrato
Da quel giorno di fine agosto la gerbera pare essere rinata. Sono bastate solo alcune giornate all’aria aperta, il calore del sole, la compagnia di nuovi amici e un vaso più spazioso in cui lasciar crescere meglio le proprie radici. Nuovi fiori stanno spuntando, proprio adesso che sta arrivando l’autunno. E ora, di notte, nel buio del giardino ha imparato a riconoscerle, le stelle. Da quanto tempo le aspettava. E che spettacolo nelle notti serene, senza nessuna nuvola a coprirle. Ce n’è voluto di tempo prima che riuscisse a trovare la sua sistemazione ideale. È dovuta passare per una serra, un grande magazzino e l’appartamento di una coppia sprovvista di pollice verde. Ma alla fine, la gerbera un posto per sé lo ha trovato, merito di una portinaia un po’ impicciona e di una buona dose di ottimismo. Perché le piante, nel loro essere naturalmente placide ma caparbie, lo sanno, che non bisogna mai rinunciare al proprio pezzetto di cortile.